Scrivere e narrarsi: una strada verso la libertà

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Scrivere, per lasciar andare il pensiero  e lasciar fluire ciò che la mente spesso blocca, impedendo l’espressione e la consapevolezza di ciò che risuona dentro di noi, e che spesso noi stessi non vogliamo conoscere, o ri-conoscere.  Scriver per scoprire se stessi e non aver timore di ciò che proviamo e di ciò che siamo. Perché tutti noi sperimentiamo momenti di debolezza e di dolore: una separazione, una partenza improvvisa, la difficoltà nell’andare d’accordo con chi amiamo, l’incapacità di comprendere un figlio che prende strade diverse da quelle che avremmo desiderato per lui: la vita è piena di imprevisti che vanno accettati e compresi, con amore e accoglienza anche nei confronti di noi stessi. Solo così, solo amando profondamente quella parte fragile che esiste dentro di noi possiamo far scaturire la vera forza, quella che ci permette di essere flessibili e coraggiosi, di non crollare di fronte alle circostanze dolorose e di andare avanti con fiducia nonostante tutto.

 

Anche io ho bisogo di scrivere e di liberarmi dagli affanni che come fondi di caffè scuri ingombrano l’anima. La valigia è pesante, il bagaglio è denso e spesso come terra bagnata. Voglio aprirla, svuotarla, pulirla, lavarla. Renderla candida come l’avessi appena acquistata. Liberarmi dai pesi e camminare libera e fluida, come una ragazzina saltella in un prato. La vita è bella, ed è la mia. Ancora la sogno e la vivo nella mente che desidera e sbriciola i pensieri come pezzetti di foglie secche nel suolo.

L’amore libera, l’amore è vita, scambio vero di pelle e di mani, occhi che incrociano sguardi, azioni che svelano passi e i sentieri, pensiero che allontana le scorie bruciate, che svuota il camino dalla cenere che soffoca e ingombra. Ecco! Un bel ceppo da ardere, secco e pronto per offrire nuova vita e nuove azioni.

Le scodelle si svuotano e restano sporche nel lavello bagnato, se nessuno le lava e le pulisce. Allora ritornano nuove e smaglianti, pronte per contenere ancora tè caldo e aromatico, da odorare e portare alla bocca.

La spada inchioda il cuore, si infilza nel ventre e fa male. Un pugno nello stomaco, il pensiero di chi c’è e mi manca.

Lascio andare il sogno, lascio andare la vita che fra noi scorreva limpida. Lascio andare ciò che non trovo. Come un esploratore paziente vado alla ricerca di un mondo su cui camminare, salire montagne, scendere sulle dune di sabbia ridendo, saltare sulle rocce nell’acqua, verde come cristallo. Questo io voglio, questo sono. Vita ancora da vivere, risate sommesse o a squarciagola, vino frizzante e leggero che pizzica la gola. E ancora vita, vita, vita.

 

 

Sappiamo ascoltare i bambini?

bambino e domandaSapere che cosa vuole realmente l’altro da noi, da se stesso o dalla vita non è un dato che si può ottenere con poche domande. Sapere cosa realmente cerca la persona che ci sta accanto, di cosa davvero ha bisogno, necessita di un lungo percorso di conoscenza reciproca.  Sapere cosa si vuole da se stessi è un compito altrettanto difficile. Ci vuole tempo e coraggio per entrare nei meandri della propria anima, per scavare dentro di sé e abituarsi all’oscurità che spesso si incontra, proprio come fanno gli occhi quando entriamo in una stanza buia. Occorre avere il coraggio di fare piccoli passi senza sapere bene cosa si incontrerà, accettando il rischio della sorpresa e dell’incognita.

Cosa vuoi davvero? E’ una domanda che si rivolge inevitabilmente alla propria anima, una domanda che spesso vaga nella mente in attesa di ancorarsi a un’immagine o a una emozione, che ci permette lentamente di comprendere, come una lieve luce che si intravede in lontananza e che ci fa strada quando non sappiamo più dove andare.

Questa domanda tuttavia porta spesso ad avvicinare e contattare immagini e pensieri che albergano nella nostra mente e offuscano la nostra vista. Occorre saper fare le domande giuste, ma soprattutto imparare a guardare, ad ascoltare. Cosa cerchiamo quando ascoltiamo gli altri? Spesso abbiamo delle idee preconcette e nella nostra mente costruiamo previsioni rispetto a ciò che pensiamo di dover ascoltare. Abbiamo delle aspettative, e difficilmente ci apriamo davvero all’ascolto. Quando poi si tratta dei figli, le aspettative aumentano. Quando pensiamo di entrare in comunicazione con loro, crediamo di dover parlare, di dover riflettere, di dover pensare, di dover rispondere, e mentre il bambino parla la nostra mente lavora febbrilmente per preparare una risposta. Talvolta siamo così ansiosi di rispondere che addirittura lo interrompiamo. Ci dimentichiamo che dobbiamo, principalmente, e prima di ogni altra cosa, ASCOLTARE, col puro e semplice gusto di capire, di ricevere.

Ascoltare con la mente limpida e pulita, come fosse lavata da un’acqua di sorgente capace di eliminare scorie e sabbia, pensieri nascosti, giudizi, o pre-giudizi, che impediscono di capire davvero. Ascoltare significa saper fare il vuoto dentro di sé.  Avvicinarsi alla realtà dell’altro,  col desiderio e la disponibilità a di capirlo e conoscerlo davvero. Permettere a se stessi e a chi ci sta di fronte di farsi conoscere e di conoscersi, con il desiderio di rischiare, perché entrare in rapporto vero con qualcuno è sempre un’avventura. Occorre avere il coraggio di farsi coinvolgere, di lasciarsi cambiare, trasformare, mettersi in gioco. Di lasciarsi vedere, di esibire la propria fragilità e la propria incompiutezza.

Questo vale anche per i figli. Quando siamo con loro, troppo spesso non ci soffermiamo a osservarli e ascoltarli davvero. Eppure hanno così tanto bisogno di noi e del nostro ascolto. Poi figli si adattano, si adeguano al nostro silenzio, alla nostra distrazione e ad un certo punto si abituano, non ci chiedono più, non parlano più.

Ma quanto farebbe bene, a noi e a loro, ascoltare e prendere sul serio quello che nostro figlio ci dice. Ascoltare senza pensare di dover correggere o aggiustare, ma con il puro gusto di sapere. Come se dovessimo assaporare un  frutto che non conosciamo e di cui non abbiamo idea. Dolce, morbido, lievemente acidulo alla fine. O forse dal sapore forte e ingombrante, aspro come il limone. Non lo sapremo finché non decideremo di rischiare, di metterlo nelle nostre labbra, lasciarlo un po’ nella lingua e muoverlo nella bocca  gustandone il sapore.

Solitamente quando ascoltiamo pensiamo di farlo con assoluta apertura, ma troppo spesso inganniamo noi stessi. Molte volte infatti stiamo ascoltando il nostro dialogo interno, le parole che ci diciamo nella nostra mente incessantemente. Ascoltiamo, o pensiamo di farlo, ma siamo più concentrati a pensare alla nostra risposta, alle nostre opinioni,  alle nostre idee. Così finiamo per replicare prima ancora di aver ascoltato, o senza aver capito davvero quello che l’altro sta cercando di comunicarci. Spesso siamo interessati alle nostre emozioni e non a quelle dell’altro, alla nostra paura, alla nostra rabbia, alla nostra ansia, al nostro desiderio di risolvere subito e senza dover pensare, o penare.

Per ascoltare davvero occorre che ci mettiamo all’altezza di ci sta comunicando. Quante volte invece pensiamo di essere al di sopra dei nostri figli: ci sentiamo più saggi, più intelligenti, più maturi.  Pensiamo di avere da dire e pensiamo che l’altro non ci possa dire niente di importante, niente di così fondamentale. In fondo, cosa potrà mai comunicarci? È solo un bambino. Così, spesso prima che abbia finito di parlare, diamo risposte banali o semplicistiche pensando che lui o lei non possano capire niente di più, o perché l’ansia ci ha travolto e abbiamo dovuto per forza dire quello che avevamo in mente in quel momento. E dimentichiamo il rispetto, l’apertura, la sacralità dell’altro.  La capacità di aprirci, di entrare in relazione vera e profonda, rimane ancorata in un angolo della nostra anima, incapace di venir fuori, di farsi conoscere persino da noi stessi.

Restituiamo valore ai nostri figli: li vediamo piccoli, fragili e nel nostro immaginario pensiamo di dover loro insegnare cosa devono fare  ed essere nella vita, riteniamo forse in buona fede che questo sia in fondo il nostro compito di genitori, mentre niente è tanto lontano dalla realtà. Consideriamo che loro sono già degli essere umani completi; potrebbe costarci fatica accettare questa idea. I nostri figli come esseri umani completi, mentre abbiamo tanto spesso l’idea di doverli riempire di concetti e di regole, quasi come fossero piccole imperfezioni della natura. O  esseri da modellare e plasmare.

Forgiarli come fossero oggetti informi, ancora incapaci di capire e di pensare. Come se noi fossimo coloro che sanno e che possono e devono decidere sulla vita degli altri.

I bambini hanno bisogno di conferme, di limiti e di no detti al momento giusto e nel modo giusto, è vero. Hanno bisogno di conoscere il mondo e i valori che ci muovono, il perché delle cose. Ma hanno altrettanto bisogno di sperimentare e comprendere il rispetto e l’attenzione per l’altro e per se stessi, hanno bisogno di imparare ad ascoltarsi, a saper leggere la vita nel volto di chi li circonda, di imparare la gioia e la fatica, la bellezza e l’impegno. La delusione no, sarà la vita stessa, purtroppo, inevitabilmente, ad insegnarla. Trasmettere ai nostri figli la delusione del non sentirsi ascoltati e accettati non è compito nostro. La percezione che la loro vita valga poco rispetto a chi è più grande di lui o rispetto a chi ha autorità, non è tema da  mostrare a un bambino. L’attenzione e la cura per l’essere vivente, il rispetto per l’altro, anche naturalmente e certamente per chi è più grande e adulto, ma anche nei confronti del compagno di classe o del barbone che vive al margine della strada, nei confronti di chiunque, qualunque aspetto abbia, quello si, è compito nostro. E se non lo faremo, sarà la vita a chiederci poi, un giorno, il conto.

 

La storia di Laura

donna dipintoFinalmente, Laura sorride. E’ stata dura, il sorriso proprio non le veniva, gli occhi sempre inquieti, sempre alla ricerca di qualcosa che non arrivava mai.

Cosa cercava, Laura? Se qualcuno glielo avesse chiesto forse lei avrebbe risposto: La pace. Ricerco la pace.

Ma Laura non cercava la pace. Laura, allora, cercava l’emozione, il turbamento. Cercava di distrarsi, di dimenticarsi di sé, perché il dolore che sentiva tutti i giorni, lì, dentro la sua pancia, era troppo forte, fino a  diventare intollerabile, quasi come un dolore fisico.

Girava come una trottola, inquieta e sofferente, alla ricerca di qualcosa che non conosceva.

Era una bella ragazza, Laura. Occhi bruni, capelli neri, il corpo nascosto da indumenti che castigavano le sue forme e la nascondevano. Seducente, si, era seducente. Ma nei suoi occhi non si leggeva la pace.

Ad un certo punto della sua vita, però, Laura ha deciso. Star bene, guarire.  Quando proprio non ne ha potuto più, ha cercato di farsi aiutare. Perché spesso succede così. Si dice: non c’è limite al peggio, ma non è vero. Tutti  abbiamo dentro di noi un punto di rottura, un punto oltre il quale il dolore è troppo forte, la sofferenza è insopportabile, il cuore sembra non riuscire più a battere come dovrebbe.

Così è entrata nell’abisso: ha scavato dentro di sé con le mani e con le unghie, per trovare, capire, pulire. Ha scavato nella terra e trovato vermi e gemme preziose Ma i fiori nascono dalla terra, , da tutta quella materia fertile e ricca che è contenuta lì dentro. Ed è proprio nella terra, nel suo passato, che Laura ha trovato il coraggio di liberarsi da quel dolore sordo e insostenibile.

E’ stato un lavoro duro per Laura. I momenti in cui si è sentita tornare indietro, risucchiata da un’onda impietosa, sono stati tanti. Ha avuto troppe volte la tentazione di fermarsi. Si è chiesta: ma chi me lo fa fare? La notte si rigirava nel letto chiedendosi perché. Perché la vita è così difficile, perché la fatica di vivere sembra colpire solo me, perché gli altri sembrano vivere così tranquilli, perché queste ombre nella mia testa e quest’angoscia nel  mio cuore, perché quel mal di pancia che sembra non abbandonarmi mai e che sembra provenire da un tempo lontano, dimenticato. Cerca di raccogliere i segni come briciole abbandonate per terra, per capire da dove venisse il malessere, e ogni tanto le sembra persino di capirlo. Poi tornava indietro, risucchiata ancora da quell’onda, da quel malessere, da quell’angoscia.

“Non ce la farò mai”, si diceva Laura. Nel silenzio della sua stanza talvolta si contorceva, piangeva, senza dirlo a nessuno. Le sembrava che nessuno che potesse ascoltarla, capirla. Si sentiva sola con se stessa.

In realtà, era sola, senza se stessa.

Chissà perché si dice soli con se stessi, quando  ciò che ci manca davvero e che fa male è proprio la capacità di stare con noi stessi e di starci bene.

Perché è lì il segreto. Ritrovare chi siamo,  amarci.

Avere cura di sé come fossimo perle preziose, perché è questo che siamo: unici e preziosi. Rivolgere nei nostri confronti tenerezza e guardi di stima. Guardare dentro di noi e apprezzare quei tesori che tutti noi abbiamo.

E’ stato lungo, ma alla fine del tunnel nello sguardo inquieto, a poco a poco, sorgeva il sorriso e la comprensione. E senza quasi rendersene conto, ad un certo punto si è accorta che quel dolore alla pancia era sparito, e che lei si sentiva diversa, più leggera, più se stessa.

E finalmente ha capito che poteva rincominciare a vivere.

La vulnerabilità, una risorsa preziosa

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La vulnerabilità: ne abbiamo paura, ci sembra un pericolo e spesso ce ne difendiamo, eppure è una risorsa preziosa che apre la strada dell’autenticità e della compassione.

Le emozioni talvolta ci assalgono, e alcune volte ci sembra di non poterle tollerare. La sensazione di non valere, per esempio, di non essere abbastanza bravo, bello, intelligente, in definitiva di non essere abbastanza,  è un sentimento che tutti abbiamo provato, contro il quale ciascuno di noi, a modo suo, in qualche momento della sua vita, ha combattuto. Il timore  di dimostraci fragili, di perdere  il sostegno di chi ci circonda e rimanere soli, è un sentimento comune. Queste emozioni, questi timori ci rendono vulnerabili, e spesso ce ne vergogniamo perché ci sentiamo fragili e indifesi.

Eppure spesso noi impariamo proprio dalle avversità e apprendiamo le migliori lezioni nel momento in cui accettiamo gli ostacoli che la vita ci mette davanti e abbassiamo le nostre difese.

Bisogna avere il coraggio di essere imperfetti, sostiene la ricercatrice Brene Brown, di accettarsi per ciò che si è e di accettare la propria vulnerabilità. Avere come obiettivo nella vita quello di mostrarsi perfetti, o essere perfetti, per essere amati, potrebbe effettivamente essere il più irraggiungibile degli obiettivi, oltre che causarci una frustrazione e una fatica infinite. Accettare la propria vulnerabilità e guardare con compassione (nel senso originale del termine, di patire-con) chi ci circonda, ci permette di restituire dignità e senso di appartenenza alla nostra vita.

Questo comporta avere il coraggio di abbandonare l’immagine ideale che abbiamo di noi e cercare di vivere autenticamente, cercando ogni momento della nostra vita di comprendere chi siamo e cosa desideriamo davvero.

Significa mostrare i nostri sentimenti con semplicità, dire “ti voglio bene”, investire in una relazione di amicizia o d’amore, proporsi per un lavoro anche se non si è per niente certi del risultato, fare una telefonata ad un amico  con cui non si parla da tanto, chiedere aiuto a qualcuno, accettando l’insicurezza, il timore di essere rifiutati o di fallire, in definitiva accettando la nostra fragilità come parte costitutiva del nostro essere uomini e donne.

Accettare la propria vulnerabilità significa accettare la trasformazione e la creatività, accettare di amare e di essere amati,  di farsi “toccare” dagli altri, di sentire la compassione,  l’amicizia, la commozione.

Significa anche accettare se stessi e il fatto che non siamo perfetti, che ci stanchiamo, che ci ammaliamo, che dobbiamo proteggerci e mettere dei limiti,  che dobbiamo dire di no e occuparci di noi, perchè noi siamo i primi a doverlo fare.

Accettare di essere vulnerabili, in fondo, è accettare di essere vivi. Di poter sbagliare e di poter rincominciare da capo, senza che questo diventi un dramma. Perché sopprimere i sentimenti negativi  semplicemente non è possibile: questi torneranno, sotto altri volti e altri nomi: ansia, attacchi di panico, depressione. Se cercheremo di soffocarli, torneranno ingigantiti, fino al punto che sembrerà esistano solo questi e nient’altro.

Sopprimere i sentimenti negativi significa, in fondo, nascondere la nostra umanità, privarci anche della possibilità di sperimentare la sorpresa, il rischio, la gioia, l’amore. Cercare di nascondere sotto una parvenza  di insensibilità la nostra paura di sbagliare e la nostra fragilità, ci rende in un certo senso ancora più fragili e ci allontana da noi stessi.

Perciò apriamoci a ciò che sentiamo dentro di noi. Ritroviamo il coraggio di dire: mi dispiace. Diciamo: ti voglio bene. E se abbiamo qualche problema, parliamone, chiediamo aiuto. E’ la nostra stessa umanità che ci porta a volte a essere fragili, dubbiosi, incerti. Lasciamoci andare alle emozioni, apriamoci agli altri e a noi stessi. Ritroviamo dentro di noi il coraggio di sbagliare e di rincominciare, proprio come sapevamo fare da bambini, prima che “l’educazione”ci trasformasse.

©2015 Maria Angela Corrias.All rights reserved

I primi giorni di scuola: 5 semplici consigli per i genitori.

Buon-anno-scolasticoRiprendere l’anno scolastico, un momento importante che coinvolge l’intero sistema familiare. Ecco qualche piccolo consiglio per i genitori, per superare questa fase con serenità.

  1. Continuate a dedicare ai vostri figli tempo e attenzione. Parlate con loro, chiedete come stanno vivendo le loro prime giornate, dimostrate che vi divertite in loro compagnia, ascoltate i loro eventuali dubbi, continuate a dimostrare loro affetto e interesse.
  2. Preparate un adeguato ambiente di studio a casa. Avere una piccola scrivania o un angolo della casa organizzato con tutto l’occorrente (contenitore con matite nuove e penne ordinate, eventuale materiale di cancelleria, libri e quaderni ordinati), buttando via per esempio le matite ridotte a metà dell’anno precedente o le eventuali gomme da cancellare pasticciate con la biro, aiuta a organizzare la propria mente e invoglia a iniziare.
  3. Fate fare loro un po’ di moto all’aria aperta. Approfittare delle giornate di bel tempo che la stagione ci mette ancora a disposizione per uscire all’aria aperta, fare qualche passeggiata o mangiare un gelato, per favorire il passaggio alle monotone regole invernali con dolcezza e trascorrere ancore del tempo con loro in allegria.
  4. Fate iniziare la giornata con una buona colazione e curate un alimentazione corretta, aiutando gli inappetenti con qualcosa di loro gradimento (se fanno fatica a mangiare la mattina per esempio veniamogli incontro con qualcosa che mangino volentieri, potrebbero essere uova alla coque, un toast o un ciambellone).
  5. Stabilite e mantenete delle regole semplici ma chiare: per esempio andare a letto a una certa ora o riordinare la propria stanza o il proprio zaino la sera prima.

Buon inizio scuola a tutti!

 

 

Non è mai troppo tardi, per essere quello che vuoi essere.

Verba volant? Ne siamo certi?

Le parole contano, pesano, influenzano la nostra vita. Possono dare speranza, fiducia, far vedere la luce dove sembrava esserci solo buio,provocare un sorriso o un risata, possono chiarire, comunicare pensieri e sentimenti, ma possono anche tagliare le gambe, inchiodare, penetrare nel cuore come coltelli e fare un gran male.

Occorre far attenzione alle parole che ascoltiamo e a quelle che diciamo. Quando si parla o si scrive, bisogna usare chiarezza e sensibilità, fermezza e delicatezza. Quando si ascolta una parola che ferisce, occorre capire a che distanza fermarsi, lasciare fluire, riflettere. Talvolta, per esempio, la parola ascoltata, anche quando diretta a noi, ci parla dell’altro,di come lui si sente, di ciò che lui pensa e non di noi. Se questo ci è chiaro, riusciamo a non farci travolgere, a non sentirci feriti, e persino ad ascoltare l’altro con cuore più puro e più aperto. 

La violenza psicologica: riconoscerla per uscirne fuori.

DSCN6317La violenza psicologica è subdola, si nasconde sotto le pieghe della normalità, ma è devastante per chi la deve sopportare. Bisogna saperla riconoscere, per non lasciare solo/a chi la subisce, occorre maggiore  solidarietà, leggi migliori e più efficaci.

La persona che fa violenza psicologica è capace di manipolare la realtà e stravolgerla, al punto da farti pensare che sei tu ad avere torto, a comportarti male,a sbagliare. Così viene accusata di essere ingiusta, insensibile, arrogante, o chissà che altro. La persona che usa violenza difficilmente farà fare autocritica o si guarderà dentro. Non ne è capace. La colpa è sempre degli altri, di chi non lo/a capisce, di chi si comporta male, di chi fa errori imperdonabili nei suoi confronti, a cui si reagisce sempre con rabbia e aggressività. Ogni parola, ogni frase può venire stravolta e manipolata, e la realtà a poco a poco viene messa in dubbio da chi subisce questi comportamenti, che finisce per chiedersi se è vero ciò di cui viene accusata/o. Per uscire fuori da questa spirale occorrono lucidità, autostima e la capacità di agire, di muoversi, di allontanarsi da ciò che fa male. Ma spesso la lucidità e l’autostima è proprio ciò che per primo viene minato, in situazioni di questo genere. Ci vuole coraggio, ci vuole forza, ma bisogna tirarlo fuori questo coraggio e bisogna, finalmente, imparare ad amarsi.

Liberarsi dai condizionamenti che derivano dalla nostra storia familiare è possibile?

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Tutto ciò che abbiamo vissuto, consapevolmente o no, nella nostra storia personale, forma e costruisce ciò che pensiamo e immaginiamo sul mondo e su noi stessi. Ciascuno di noi infatti si sviluppa sulla base dell’interazione fra il patrimonio genetico con il quale nasciamo e l’ambiente che ci circonda e nel quale viviamo.

La vita è caratterizzata da un continuo scambio reciproco, dove entrambi gli attori, genitori e bambino, si adattano l’uno all’altro. È tuttavia indubbio che il bambino ha un potere molto limitato all’interno della famiglia. Egli nasce e vive in un ambiente già strutturato, con regole, abitudini, credenze, segreti, conoscenze sulle quali non può in alcun modo intervenire e ha un potere di azione e di trasformazione sull’ambiente estremamente limitato.

Il  bambino trae dall’adulto modello e esempio. È il genitore che gli offre lo schema di interpretazione della realtà e finché è piccolo, si fida ciecamente di ciò che il genitore gli dice: sono il padre e la madre che gli trasmettono il modo in cui dovrà pensare e agire.  Il piccolo infatti, crescendo formerà delle rappresentazioni interne legate a ciò  che vive e percepisce all’interno del suo piccolo mondo, la sua famiglia. Genitori, zii e nonni influiscono dunque in modo potente sulla psiche di ciascuno e il clima nel quale si vive determina convinzioni, credenze, modi di fare.

Solo per fare un piccolo e banale esempio che ci permette di comprendere quando si è appena detto: pensiamo a un bambino che si sente dire di continuo che NON DEVE correre, NON DEVE sporcarsi,  NON DEVE SBAGLIARE, insomma il più delle volte cosa non deve fare piuttosto che azioni propositive e incoraggiamento.  È probabile che questo bambino cresca con insicurezze e limitazioni che originano da ciò che si è sentito dire, anche in buona fede, dai genitori e dalle persone che si sono occupate di lui.

E’ in questo modo che si costruiscono credenze e costrizioni a cui si crede di dover obbedire e che ci impediscono una vita serena e realizzata.

Lavorare sul passato della propria famiglia diventa dunque lo strumento che ci permette di conoscere e accettare le vicende relative alla storia dei membri che l’hanno composta  e di diventare ciò che siamo interiormente, affrancandoci dalle credenze limitanti che ci hanno condizionato, dalle ripetizioni, dai segreti, dalle regole introiettate, per costruire la nostra identità nella libertà e accettare il nostro potere di azione.

Appendimento e affettività: quale relazione?

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Per un bambino adottato e per qualunque bambino che ha dentro di sé delle zone buie e ancora irrisolte, l’apprendimento può diventare impegnativo e più complesso di quanto ci si possa aspettare. Tralasciando le problematiche legate ad eventuali problemi cognitivi e di sviluppo, di cui possono essere portatori i bambini adottati (che verranno trattati in un secondo momento), in questo articolo affronterò come l’affettività possa influire nei processi di apprendimento. Buon anno scolastico!

La modalità attraverso cui noi approcciamo il mondo viene costruita nei primi anni di vita, nelle prime relazioni che abbiamo con le persone che si prendono cura di noi. Un bambino ha bisogno di una figura che svolga la funziona materna, legata alla sicurezza in se stessi e nel mondo e di una che rappresenti la funzione paterna, legata all’interiorizzazione del dovere e al confronto con la realtà. Queste due funzioni non sono più necessariamente svolte una dalla madre e una dal padre, anche se per lo più continua ancora oggi ad essere così.

La madre trasmette quello che viene definito il codice materno, caratterizzato dall’accoglienza e dal contenimento. Il bambino, accanto alla madre, si sente protetto e acquisisce sicurezza e fiducia in sé, la madre è come l’ancora a cui aggrapparsi quando le acque diventano tumultuose, il petto cui rifugiarsi quando si sente il bisogno di un appoggio. La funzione materna infatti è connessa al contenimento uterino, alla sensazione di protezione e di riparo che questo ci dà, alla certezza che niente di male possa accadere.

Il codice paterno è invece quello che aiuta a uscire dall’utero e ad affrontare il mondo. Non è casuale il fatto che sia il padre a dare il proprio cognome al figlio: è lui infatti colui che costruisce l’identità del figlio di fronte al mondo, che lo conduce alla vita, che lo presenta alla società. Il padre è colui che aiuta il bambino ad affrontare le fatiche, ad andare avanti nonostante le difficoltà e gli imprevisti, a confrontarsi con se stesso, con le sue risorse e a superare i suoi limiti, infine a osare, a prendere iniziative anche in situazioni nuove e poco chiare, ad aprirsi al mondo e a gestire il conflitto in modo equilibrato.

La mancanza della figura paterna, o per lo meno di una persona che ne svolga adeguatamente la funzione, potrebbe portare a difficoltà nell’acquisizione della capacità di mettersi alla prova e sostenere le frustrazioni e la fatica che la vita inevitabilmente comporta. Entrambe le funzioni sono importanti e la mancanza di una delle due può provocare fragilità e carenze anche dal punto di vista comportamentale.

Padre e madre, insieme, forniscono la sicurezza che il mondo è qualcosa di gestibile, che si possiedono le risorse per camminare lungo il sentiero della vita con serenità e coraggio. Quando qualcosa si interrompe in questo percorso, può nascere una difficoltà, un impedimento, un problema.

Un bambino adottato deve ricostruire dentro di sé entrambe le figure genitoriali, perché nessuno fino al momento dell’adozione le ha svolte nei suoi confronti. Il bambino adottato o traumatizzato ha bisogno di costruire l’immagine di un papà e una mamma che riescano ad aiutarlo a sostenere e a elaborare tutto ciò che ha dentro, a costruire un pensiero e una riflessione su ciò che è accaduto, ma anche di sentirsi dire che è importante, che vale, che è amato. E’ probabile infatti che non abbia avuto accanto delle figure che lo abbiano assistito amorevolmente quando era ammalato, cantato le canzoncine, coccolato quando era triste, dato sicurezza e stabilità. E’ probabile che non si sia stato aiutato ad andare avanti, a superare le difficoltà e, altro aspetto importante, a gestire il conflitto. Allora può accadere che l’unico modo per affrontare il conflitto con l’autorità diventi quello di agirlo con aggressività, con forme di ribellione, oppure di chiudersi con paura e suscettibilità. Entrambi gli atteggiamenti sono inadeguati, evidentemente, ma per un bambino adottato spesso sono gli unici che ha imparato. Occorre pazienza, fermezza e rispetto per insegnargli una modalità differente di comportamento, e naturalmente, tempo. Come sempre, nelle questioni educative, ci vuole tempo.

E’ per questo che gli operatori consigliano di posticipare l’ingresso a scuola del bambino adottato anche di diversi mesi: il bambino ha bisogno di ricostruire dentro di sé l’immagine materna e paterna, come di persone su cui lui possa avere fiducia, ha bisogno di formarsi un concetto di stabilità familiare, prima di affrontare l’aula scolastica. Su questi temi più operativi ci soffermeremo in un altro articolo, dove questi aspetti verranno approfonditi con maggiori dettagli. E’ importante però sottolineare alcuni punti, che se non vengono affrontati nei modi corretti, possono provocare conseguenze spiacevoli nello sviluppo e nelle capacità di affrontare gli apprendimenti e le regole scolastiche.

Nel percorso della vita niente viene perduto di ciò che viviamo: tutto rimane dentro di noi. Possiamo però elaborare e risolvere, le ferite possono cicatrizzarsi e diventare pensieri su cui costruire un significato, un senso, un perché.

La modalità attraverso le quali vengono vissute le relazioni durante l’infanzia e le caratteristiche che queste relazioni hanno, diventano strutturanti per la personalità del bambino. Le sue esperienze infantili, infatti, si organizzeranno in modelli operativi interni, cioè rappresentazioni del mondo, scenari immaginari che ci facciamo sulla vita e sulle relazioni con gli altri. Queste immagini mentali si struttureranno in modi di pensare alla realtà, di reagire alle esperienze che verranno fatte lungo la vita e che caratterizzeranno la personalità futura del ragazzo o della ragazza. E’ il modo in cui noi pensiamo al mondo e alla realtà, che condiziona il nostro comportamento. Se io imparo che posso fidarmi del mondo perché sono amato, vado incontro alla vita con fiducia, mi sentirò disponibile nei confronti degli altri, sarò fiduciosa perché so che tutto sommato la vita è bella e io ho le risorse per affrontarla, avrò voglia di conoscere e di esplorare il mondo e di affrontare le novità. L’esplorazione infatti è strettamente collegata al desiderio di conoscere e alla capacità di acquisire nuovi apprendimenti.

Noi diventiamo quello che siamo grazie alle esperienze che abbiamo fatto. Non solo il fatto di essere o no amati, ma il modo in cui veniamo amati o accuditi ci condiziona e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri e alla realtà che ci circonda.

Se io imparo che la realtà è un potenziale pericolo da cui devo proteggermi, con che spirito imparerò la lezione o le cose nuove che l’insegnante cercherà di insegnarmi? Che tipo di approccio avrò nei confronti della vita?

Il bambino adottato è portatore, sempre e in ogni caso, di sofferenze legate alla separazione dalla figura materna e a esperienze di vita pregresse, a qualunque età sia avvenuta la perdita delle figure genitoriali e a qualunque età sia avvenuta l’adozione. Viene minata la capacità di fidarsi dell’altro, la stabilità emotiva, la capacità di tollerare la frustrazione e la separazione e la capacità di stabilire relazioni di attaccamento funzionali e sicure. Arriva nella famiglia in una situazione di immaturità psicoaffettiva che costituisce un impedimento per un ottimale inserimento scolastico, se esso avviene prematuramente e in maniera inadeguata alle sue necessità profonde. E’ questo il motivo per cui spesso si consiglia di inserirlo in una classe inferiore rispetto alla sua età cronologica.

Quando arriva nella famiglia adottiva, dunque, il bambino ha dentro di sé tante domande irrisolte, uno stato di smarrimento e confusione che gli impedisce di apprendere nuovi contenuti: la sua testa è piena di domande, di pensieri, più spesso inconsapevoli, che gli impediscono di essere disponibili a nuovi apprendimenti: non abbiamo fatto tutti noi esperienza di quanto sia difficile apprendere qualcosa quando siamo confusi, smarriti, addolorati?

Il bambino adottato, come qualunque bambino traumatizzato, ha bisogno di costruire un pensiero sulla sua storia e sulle sue esperienze di vita, dando un senso ha ciò che gli è accaduto. Deve poter ritrovare la fiducia in se stesso e nel mondo attraverso la relazione positiva con l’adulto.

Attraverso questa relazione il bambino imparerà a riappropriarsi delle emozioni che per tanto tempo ha dovuto negare e nascondere anche a se stesso e a riacquistare la necessaria autostima e serenità per affrontare le nuove informazioni e i nuovi apprendimenti che la vita e la scuola gli metteranno a disposizione.

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