La seconda adozione

I genitori che hanno già adottato un bambino spesso desiderano procedere con una seconda adozione. Durante il percorso vengono riattivati emozioni e vissuti già affrontati dalla coppia durante la prima, che vanno ulteriormente analizzati. In questo caso, inoltre, nella famiglia è già presente un figlio che ha storia e bisogni specifici. La necessità di ristabilire nuovi equilibri, faticosamente raggiunti con il primo bambino, porta alla necessità di rielaborazioni specifiche e differenti rispetto a quelle già vissute precedentemente.

Le motivazioni che spingono i coniugi a questa scelta possono essere varie:

Vogliono realizzare il loro progetto di vita, che comprende la presenza di più figli nella loro famiglia.
Hanno avuto un’esperienza positiva con il primo bambino e vogliono ripeterla.
Desiderano dare un fratellino al primo figlio.

Tali motivazioni andranno valutate a fondo: nell’apparente desiderio del bambino di avere un fratello, per esempio, spesso sono nascosti desideri irrealistici e paure inconfessate, che se non tenute presenti potranno rendere problematica l’accettazione da parte sua nei confronti del fratello.

Le problematiche che i coniugi si troveranno ad affrontare sono perciò legate, in particolare, ai vissuti che il primo figlio potrà sperimentare all’arrivo del fratellino e alla sua capacità di sostenere i cambiamenti che avverranno nella sua vita.
I genitori dovranno essere aiutati, dagli operatori, a prevedere le difficoltà che il bambino dovrà superare, anche nel caso in cui ci sia da parte sua il desiderio manifesto di avere un fratello.
Anche il piccolo, infatti, dovrà affrontare le fatiche legate all’accoglienza di un bambino, con il quale sarà chiamato a creare una relazione fraterna, e alla creazione di un senso di appartenenza senza potersi riconoscere come simile e senza avere con lui alcun legame biologico.

La seconda adozione presenta per il figlio già presente in famiglia, una serie di complessità:

L’attesa non ha dei tempi prevedibili (tra l’altro il bambino, fino a una certa età, ha un concetto del tempo imperfetto e comunque diverso dal nostro), e certamente durerà molto più dei nove mesi previsti per una gravidanza biologica.
La possibilità di riconoscere il bambino che verrà come suo fratello, non sarà legata alla somiglianza fisica. Egli dovrà fare lo sforzo di superare il pensiero “concreto”, spesso in una fase durante la quale la dimensione simbolica ancora non è stata raggiunta.
Perderà la relazione esclusiva con i suoi genitori e dovrà dividere lo spazio, il tempo e gli oggetti con un altro bambino che sarà presente in famiglia sempre, e per sempre.
Verranno riattivati in lui i vissuti abbandonici, certamente non ancora superati, e dovrà andare insieme ai genitori nel paese di origine del fratello, spesso lo stesso paese nel quale è nato ed è avvenuta la perdita dei genitori biologici.
Avrà aspettative nei confronti del fratellino (possibilità di giocare insieme a lui, per es) probabilmente poco realizzabili. E’ facile infatti che il bambino abbia un’età diversa da quella che lui immagina, altri bisogni, magari un sesso diverso da quello che lui si aspetta.
Avrà probabilmente una serie di timori che farà fatica a esprimere, legati al motivo per cui i genitori possono aver desiderato un altro bambino. Potrebbe pensare di averli delusi o di non averli soddisfatti fino in fondo. Ricordiamoci che un bambino adottato si porta dietro un’insicurezza di fondo, legata alla sua storia, che potrà superare nel tempo me che può essere riattivata in alcuni momenti cruciali della sua vita.

Durante la fase dell’attesa i genitori, in collaborazione con gli operatori che seguono la famiglia, hanno il compito di:

Rassicurare i figli sulla possibilità di esprimere liberamente i loro timori e le fantasie che li preoccupano.
Contenere le ansie dei figli e le loro paure.
Aiutarli a ristrutturare gli scenari che si prefigurano conducendoli a una dimensione più realistica e nello stesso tempo rassicurante.
Aiutare i figli a comprendere nel concreto come cambierà la vita della famiglia all’arrivo del fratellino.
Capire le sue aspettative e le fantasie, che se non ridimensionate, potrebbero essere fonti di ulteriori delusioni (il bambino per esempio potrebbe avere l’immagine di un bambino con il quale fare gli stessi giochi che fa con un amico, o di un bambino al quale far fare tutto ciò che lui desidera).

L’arrivo di un altro figlio può certamente essere una ricchezza, ma può presentarsi come una fatica per il bambino già presente. Se genitori e operatori sapranno collaborare per favorire il maggior benessere possibile di entrambi, la seconda adozione potrà costituirsi come una risorsa e un’opportunità per rinsaldare i legami e donare vitalità e gioia a tutta la famiglia.

Il percorso psicologico nell’adozione

L’adozione si configura come un evento complesso, che consente a una coppia di diventare genitori di un figlio generato da un’altra donna, e con il quale il rapporto si creerà non sulla base di un’eredità biologica ma attraverso un investimento affettivo.

Si dice che l’adozione sia l’incontro di due mancanze: quella di un bambino senza genitori, e di una coppia che non può avere figli. Il desiderio di adottare, infatti, nasce da una limitazione biologica, la sterilità, che spinge la coppia a ricercare modi alternativi per soddisfare il proprio bisogno di avere bambini.

L’istituto dell’adozione, tuttavia, risponde fondamentalmente al bisogno del minore di vivere in una famiglia che lo accolga e lo ami e non a quello dei genitori di avere un figlio.

E’,infatti, diritto del bambino vivere con una mamma e un papà che sappiano curarlo, proteggerlo, dargli sicurezza e affetto. Un bambino adottato, inoltre, avrà bisogno di avere accanto due genitori che sappiano proporsi come figure in grado di aiutarlo a elaborare e riparare le ferite delle quali è portatore.

I coniugi che si avvicinano all’adozione dovranno perciò essere disposti a fare un percorso che li porterà ad approfondire le loro motivazioni, i loro desideri, e le zone d’ombra della loro vita.

Solo attraverso questa strada, infatti, saranno pronti ad accogliere e dare risposta ai bisogni di un bambino portatore di una storia dolorosa e spesso traumatica. Se non saranno stati in grado di risolvere le problematiche legate alla loro vita e alla loro storia, e a dare un senso al loro dolore, difficilmente saranno in grado di aiutare un figlio a risolvere le proprie e a sostenere la sua sofferenza.

La sterilità

La sterilità rappresenta sempre un evento traumaticoche mette in crisi e limita i propri progetti di vita. La scoperta di non poter avere figli destabilizza e costringe a dare un senso a ciò che è accaduto, a rivisitare la propria vita alla luce di una realtà imprevista e indesiderata. Essa si configura come una ferita narcisistica, che costringe a una ridefinizione di sè e della propria relazione con gli altri. Costringe a rinunciare al figlio senza volto e senza nome che ciascuno ha inconsciamente conservato dentro di sè. Per questo motivo la scoperta della sterilità si configura come un vero e proprio lutto, e come tale va affrontato.

L’elaborazione del lutto della sterilità è una fase indispensabile e imprescindibile nel percorso adottivo. Essa non viene affrontata ed elaborata una volta per tutte, ma si risolve poco per volta, in un percorso che può durare anni e proseguire anche dopo l’arrivo del figlio nella propria famiglia.

Saper gestire le emozioni e i sentimenti connessi a questo lutto, tuttavia, diventa un requisito indispensabile per poter dare risposta ai bisogni affettivi ed emotivi di un bambino che viene in casa con un bagaglio, spesso pesante, di traumi, dolori e privazioni.

Prima di essere genitori, si è persone.

Essere genitori è una delle condizioni che coinvolgono maggiormente l’essere umano. Vengono coinvolte componenti emotive, cognitive, psicologiche, affettive, comportamentali.

Essere genitore adottivo, in particolare, presuppone la disponibilità a mettersi in gioco profondamente, per essere in grado di costruire una relazione d’amore con un figlio nato da altri, aumentando la capacità di accogliere questo bambino con le sue caratteristiche di imprevedibilità e alterità, nelle quali spesso non riusciamo a riconoscerci e a identificarci.

La coppia

Come abbiamo visto, l’adozione si basa sul diritto fondamentale di un bambino ad avere una famiglia. La qualità della relazione di coppia costituisce un fattore fondamentale per una prognosi positiva nella relazione adottiva. Una coppia solida, abituata al dialogo e al confronto, capace di sostenersi, saprà fornire sufficiente stabilità ad un bambino che ha bisogno di costanza, sicurezza e molto amore.

Lavorare sulla relazione di coppia per renderla sempre più autentica e profonda, sarà tempo ben utilizzato, durante tutta la fase dell’attesa e dopo l’arrivo del figlio.

Le aspettative

Può capitare che esistano, da parte dei futuri genitori adottivi, aspettative eccessive riguardo il figlio. La coppia immagina un bambino consapevole del suo bisogno di ricevere cure e affetto, o relativamente facile da gestire. Anche quando mette in conto la comparsa di problematiche nella relazione con il figlio adottivo, ritiene di riuscire a superare le difficoltà in modi relativamente semplici.

Il bambino adottato invece arriva in famiglia con un vissuto di perdita che ha creato delle ferite emotive e mentali importanti.

E’ necessario che i genitori sappiano integrare le componenti emotive legate alla delusione e alla mancata soddisfazione delle fantasie e dei desideri, che sono legate, per lo più:

  1. alla fantasia che il genitore fa su di sé come educatore capace di risolvere magicamente le difficoltà della relazione educativa con il proprio figlio;

  2. all’immaginario che ciascun genitore si è formato rispetto alla personalità del bambino.

Il rischio è quello di sviluppare meccanismi di difesa legati all’evitamento del dolore e della delusione. Se i genitori riescono a integrare queste componenti nella loro vita possono aiutare il figlio a fare altrettanto. Anche lui infatti arriva in famiglia con una serie di fantasie conseguenti ai vissuti precedenti all’adozione e ad aspettative che potrebbero causargli frustrazione e ulteriore sofferenza.

Gli operatori rivestono, nella realtà dell’adozione, una importante risorsa per le famiglie e per i bambini. E’ importante che essi possano infatti incentivare lo sviluppo da parte dei genitori e del figlio adottivo di quei fattori di protezione che possono favorire una buona riuscita del percorso adottivo e l’integrazione del bambino nella nuova famiglia.

Infertilità e fertilità nella coppia

Uno degli aspetti fondanti della sessualità è la sua caratteristica relazionale, la sua capacità di permettere una relazione profonda con un’altra persona. Essa soddisfa un bisogno profondo, quello di entrare in comunicazione con l’altro. Un’altra caratteristica della sessualità è la dimensione fecondativa.

Essa è la spinta a dare vita a un essere che in qualche modo sia un segno concreto dell’ unione dei due partner; questo desiderio manifesta anche il bisogno di dare un senso alla propria esistenza attraverso un rapporto affettivo profondo come è quello con un figlio.

Non dobbiamo tuttavia riferire la dimensione fecondativa solo al lato procreativo, biologico.

La generatività, non va intesa solo come possibilità di dar vita a nuovi individui, ma come la capacità insita in ogni coppia di dar vita a progetti comuni finalizzati a una crescita complessiva, nuove idee, nuove attività, nuove azioni. Si parla per esempio una relazione feconda, quando produce effetti positivi sul mondo che la circonda, o di un corso fecondo, se produce un cambiamento

PERDITA DI SENSO

Cosa succede quando interviene la sterilità, o l’infertilità biologica?

La scoperta dell’impossibilità a procreare rappresenta spesso un momento drammatico nella vita di una coppia, un periodo che causa un profondo disagio psicologico e una grande sofferenza, ed è vissuto come un vero e proprio lutto. Si tratta della perdita della propria capacità generativa e della perdita fantasmatica del figlio naturale, desiderato e mai nato.

La coppia nel periodo in cui scopre l’infertilità ha spesso un vissuto che potremmo definire come una perdita di senso: tutto ciò che si fa sembra inutile.

Spesso il desiderio del figlio è esasperato e poco per volta occupa tutta la mente della coppia, che sembra si muova solo per rimuovere il dolore della mancanza.

Il limite biologico diventa intollerabile, si soffre nel vedere una carrozzina o una donna incinta, e in un primo momento accettare il limite nel proprio corpo sembra quasi impossibile.

Questo impedimento talvolta porta a perdere di senso il proprio stare insieme, sia dal punto di vista personale che dal punto di vista coniugale e sessuale.

Anche il rapporto sessuale può venire percepito come fine a se stesso, senza senso.

Occorre tuttavia sottolineare che non dobbiamo mai considerare il figlio come unico scopo del rapporto sessuale.

Una relazione sessuale che ha come obiettivo unico quello di dar vita a una nuova creatura e non caratterizzato dall’amore dei due coniugi, rischia di strumentalizzare il rapporto e la persona dell’altro.

Anche il ricorso esasperato alla fecondazione assistita; come pure il rivolgersi senza un’adeguata riflessione all’adozione non porta la coppia a ritrovare le motivazioni della propria unione.

Il lutto quindi va riconosciuto, chiamato per nome, accettato, elaborato e superato, se si vuole ridare spessore alla propria vita personale coniugale e sessuale in tutti i suoi aspetti.

In questo caso il rapporto sessuale viene liberato dalla pretesa di generare un figlio a tutti i costi, ma viene vissuto per quello che è, un atto di amore e uno scambio. 

Riconoscere e accettare dentro di sé quello che viene chiamato il lutto della sterilità, e aprirsi allo scambio emotivo con il partner rappresenta il primo passo per predisporsi al cambiamento.

Se non si riesce a fare questo percorso, la coppia rimane bloccata in una dimensione biologica e procreativa e non riesce a fare il passo per ritrovare o ampliare la dimensione psicologica e spirituale.

Ne risente così sia la relazione all’interno della coppia, sia la futura eventuale relazione con il figlio adottivo, qualora la coppia decidesse di procedere all’adozione: si rimane bloccati nel proprio problema e non si ha lo spazio per accogliere l’altro nella proprio diversità.

Un giorno un papà adottivo, durante il colloquio, ha espresso molto bene questo concetto: Mi sono accorto, ha detto, che talvolta sono talmente preso dal chiasso che c’è dentro di me, dai miei pensieri e dai miei problemi, che non riesco sempre ad ascoltare i segnali che l’altro mi offre. Il mio chiasso sovrasta i deboli segnali dell’altro.

Nella ricerca di una nuova intimità, più profonda e significativa, la coppia ritrova il senso della vita in comune, e solo così arriva ad una fecondità che non rimane bloccata in una pura dimensione generativa e biologica, ma si apre all’amore e alla apertura di sé stessi.

Si può quindi parlare di fecondità fisica ma anche di fecondità psicologica, spirituale, ed è da quest’ultima che deriva la capacità di educare i figli a sviluppare il loro progetto di vita.

IL SENSO RITROVATO

Questo ritrovamento di senso nella vita coniugale permette alla coppia di diventare davvero fertile e feconda.

In un certo senso si potrebbe arrivare a dire non esiste una coppia sterile: anche quando il rapporto sessuale non può generare figli biologici, questo, se vissuto nella donazione e nella gioia può aiutare la famiglia e i suoi membri ad aprirsi maggiormente su tutte le problematiche sociali che la circondano.

Il culmine di una relazione è rappresentata da un amore che continua a donare e a donarsi, nonostante tutto, attraverso nuove possibilità, nuovi atteggiamenti, nuove forme di affettività.

Tutto ciò comporta il ritrovamento di un atteggiamento di gratuità e di gioia, la voglia di mettersi sempre nei panni dell’altro, di ascoltarlo e di percepire i suoi cambiamenti con delicatezza e sensibilità.

Il pensare all’adozione, in questo clima di nuova fecondità è per la coppia mettere in atto un progetto d’amore che apre i coniugi ad una dimensione relazionale non solo duale, ma di comunione, di vera e profonda socialità.’

Chi è il bambino adottivo

L’abbandono.
Il bambino adottato, inserendosi nella famiglia adottiva, porta con sé un bagaglio di esperienze che l’hanno formato e ne condizioneranno lo sviluppo futuro. Egli, infatti, ha vissuto uno dei traumi più importanti che un bambino possa sperimentare: la perdita delle figure primarie di accudimento, che avrebbero dovuto costituire per lui, per diritto biologico, garanzia di sicurezza e protezione.

Questa perdita può essere stata primaria (il bambino è stato abbandonato alla nascita e non ha avuto la possibilità di sviluppare una relazione di attaccamento con la figura materna) o secondaria (il bambino ha vissuto per un certo periodo con la mamma e ne è stato allontanato in seguito). Ogni situazione è diversa dall’altra e le conseguenze di tali avvenimenti saranno più o meno gravi a seconda che il bambino abbia avuto o no la possibilità di instaurare un legame di attaccamento e di fiducia con la figura materna (o con altre figure primarie di accudimento).

Incapacità a dare un senso agli avvenimenti.
Il bambino è incapace di dare senso e significato alle vicende che gli sono accadute nella vita. L’impossibilità di esprimere in maniera efficace il dolore che porta dentro di sé, dolore che perciò ha la caratteristica di essere intraducibile, lo può portare a sviluppare comportamenti inadeguati rispetto alla realtà esterna, ma per lui necessari (crisi di rabbia, depressioni, rifiuti). Gli sfuggono i motivi che potrebbero aiutarlo a dare un senso a ciò che gli è accaduto. Egli inoltre non possiede una competenza linguistica e cognitiva, adatte a capire ed esprimere con pensieri e parole adeguate i suoi sentimenti. Il più delle volte penserà di essere responsabile di ciò che gli è accaduto. Penserà di essere cattivo e meritevole dell’abbandono e degli avvenimenti che gli sono capitati.

Se i genitori saranno stati in grado di elaborare in maniera adeguata il lutto della sterilità, inserendo quest’avvenimento doloroso in una cornice di senso, sapranno accogliere il vissuto del figlio e dare risposta al suo bisogno di capire il cosa e il perché gli sono accaduti determinati avvenimenti. E’ fondamentalmente di questo, infatti, che il bambino, ha bisogno.

Istituto.
Egli inoltre può aver vissuto per un certo periodo in un istituto, ha perciò sperimentato relazioni basate sulla legge del più forte, che hanno sviluppato in lui la capacità di difendersi spesso con strumenti che risultano sproporzionati o inadatti in una diversa situazione sociale.

Il maltrattamento.
Il bambino può essere stato sottoposto, da parte dei genitori, a un comportamento violento, gravemente trascurante, maltrattante e a volte abusante. Al bambino adottato il più delle volte, sono mancati gli abbracci, le cure, le coccole, il nutrimento, la pulizia: insomma gli è mancata la sicurezza di avere qualcuno che si prendeva cura di lui e ha dovuto, a un certo punto, contare solo su se stesso. Si trova perciò solo e indifeso, in balia delle emozioni e dei vissuti difficili che porta con sé, senza aver acquisito una sufficiente fiducia in qualcuno, che gli permetta di sentirsi accolto e rassicurato.

C’è da notare che qualunque forma d’incuria o di trascuratezza, può per il bambino essere percepita come un evento minaccioso che può avere conseguenze per la sua sopravvivenza e si può configurare come una violenza e un trauma. Questo potrà strutturarsi nella sua personalità con le caratteristiche di un disturbo post traumatico da stress, i cui sintomi possono essere vari e comprendonoincubi, angoscia, giochi che riproducono gli avvenimenti traumatici, chiusura in se stessi, perdita delle capacità acquisite fino a quel momento.

Trascuratezza e maltrattamento si delineano perciò, nella vita di un bambino, come importanti fattori traumatici, con i quali i genitori adottivi dovranno fare i conti e che dovranno saper accogliere per dare una risposta efficace che permetta una evoluzione positiva e serena della personalità del minore.

L’adozione come trauma.
La stessa adozione, anche se ciò può sembrare incomprensibile, può essere vissuta dal bambino come un ulteriore sconvolgimento nella vita del minore. Egli attraverso l’adozione, infatti, perde definitivamente tutto ciò che, nel bene o nel male, costituisce la sua vita ed entra in una realtà sconosciuta, con persone sconosciute che devono diventare i suoi genitori. Una volta arrivato in famiglia, il bambino vive la sensazione che tutto ciò che ha vissuto e che era prima, sia stato cancellato come da un colpo di spugna: odori, suoni, colori,riferimenti, ambiente di vita, amici, parenti, lingua… Gli rimangono il suo corpo e il suo nome.

E la memoria, che spesso contiene ricordi di avvenimenti che preferirebbe dimenticare.

Durante il primo periodo in famiglia, il bambino potrebbe vivere sentimenti di paura e di confusione, sentirsi disorientato e manifestare comportamenti di rifiuto o d’iperadattamento.

I genitori, per permettere al bambino di superare in modo favorevole queste esperienze dolorose, sono chiamati a potenziare le loro capacità di ascolto e saper accogliere tali vissuti nei confronti dei quali dovranno proporre efficaci strumenti riparativi.

Per mettere in atto tali comportamenti i genitori dovranno:

– Essere per il figlio un aiuto e un sostegno nell’elaborazione del suo vissuto abbandonico, che andrà affrontato volta per volta con profondità diverse in base allo sviluppo e all’età del figlio.
– Essere in grado di sostenere e tutelare il figlio e se stessi dai vissuti dolorosi che sia genitori che il bambino possiedono.
– Saper infondere nel figlio sicurezza e fiducia in se stesso e nelle sue capacità.
– Saper creare un ambiente psicologico e relazionale accogliente e rassicurante nel quale il figlio possa nel tempo riuscire a ricostruire se stesso.
– Accogliere e accettare il bambino per quello che realmente egli è, con il suo vissuto e con le sue caratteristiche di personalità. Fare spazio al bambino reale, abbandonando poco per volta il bambino immaginario e desiderato che ciascuno porta dentro di sé.
– Sapersi sintonizzare sugli stati d’animo del figlio e aiutarlo a “riflettere” su se stesso e sulle proprie emozioni.

Se il bambino avrà la certezza che i suoi vissuti sono stati sufficientemente compresi e accolti dalle figure genitoriali, la relazione con loro avrà le caratteristiche della stabilità e le stesse crisi potranno diventare occasione di crescita e condurre a nuovi e più stabili equilibri.

Sessualità e affettività nella coppia

 

La sessualità è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, che lo determina strutturalmente, tanto che in ogni più piccola cellula del nostro corpo è distinguibile il nostro genere maschile o femminile.

Parlare di sessualità è parlare dell’essere umano nel suo complesso, del suo pensiero, delle sue azioni, del concetto che ha di sé, della sua relazione col mondo.

L’uomo costruisce la sua identità in relazione a un altro. E’ nella relazione con la figura di accudimento, per esempio, che formiamo il pensiero e la percezione di essere persone distinte da chiunque altro. E’ nella relazione con un altro che ci accetta e ci definisce che veniamo confermati in quanto persone.

Ciascuno di noi, per esistere, ha bisogno di rapportarsi, come uomo e come donna, ad altri uomini e altre donne che ci fanno da specchio, nei quali noi possiamo identificarci e con i quali entriamo in rapporto.

Il nostro essere uomini e donne in relazione con gli altri definisce anche la nostra sessualità, che in questo senso non può essere disgiunta dalla relazione affettiva che noi abbiamo con chi ci circonda.

La sessualità va considerata come un’energia che sta alla base della nostra vita di relazione, una spinta che ci porta a uscire da noi per andare verso gli altri; possiamo dire che la sessualità è un’energia affettiva che sta alla base del nostro comportamento.

La spinta sessuale e affettiva mette due persone in condizione di incontrarsi per instaurare una relazione.

IL PATTO

La spinta sessuale può avere la sua piena realizzazione nella coppia, quando un uomo e una donna decidono di iniziare un percorso di vita insieme e stringono un patto, un accordo preso da entrambi, con il quale si impegnano a:

  • Amarsi e onorarsi fedelmente.
  • Sostenersi nelle prove e nelle difficoltà.
  • Realizzare un comune progetto di vita.

Caratteristica dell’amore coniugale è il PATTO tra queste due persone che liberamente decidono di vivere questa realtà nel dono totale: spirituale, affettivo, corporale.

RECIPROCITA’

Il PATTO assunto dalla coppia implica un dono reciproco, in cui entrambi cercano di accogliere ed amare l’altro proprio nel modo in cui l’altro desidera essere accolto e amato.

Questo sforzo implica la reciprocità dell’impegno preso; non c’è uno che ama e un altro che si fa amare, ciascuno dei due in un circolo virtuoso di amore si dona all’altro.

La relazione coniugale quindi è fondata sull’amore reciproco di due coniugi e diventa piena solo quando si esprime in una decisione spirituale di donazione e di appartenenza reciproca.

I coniugi costruiscono questa unità attraverso anche i gesti del rapporto fisico, che se sono davvero espressione di un dono reciproco fanno sentire al coniuge di essere la persona privilegiata e più importante per l’altro.

Due persone che si amano e hanno raggiunto un certo grado di equilibrio impareranno a parlare tra loro con serenità dell’aspetto sessuale nella loro vita. Questo dialogo è fondamentale in una relazione matura e responsabile, ma per raggiungerlo occorre aver conquistato un certo grado di autenticità e di maturità.

Di solito, per la donna il rapporto sessuale acquista significato nell’ambito di una tenerezza e di un’affettuosità pressoché costanti (sessualità diffusa), rappresenta per lei il culmine di una relazione d’amore. Per l’uomo, invece, la stimolazione genitale è più immediata ed è attraverso il rapporto che dimostra il proprio amore (sessualità localizzata). Tali differenze vanno integrate nella vita di coppia per un rapporto sessuale più significante e quindi più gratificante.

La relazione che si crea nella coppia è importante anche per una buona intesa sessuale e viceversa. Se il rapporto sessuale viene vissuto come dono di sé all’altro questo diventa una forma di comunicazione intensa, un linguaggio che veicola sentimenti di accoglienza totale e di amore profondo. (io mi dono a te totalmente e ti accolgo totalmente).

L’effetto che questo atto di amore ha su se stessi e sul partner è potente:

  • Genera e si accresce la stima di sé; (facendo contento l’altro io sono più soddisfatto di me e cresce la mia autostima).
  • Genera nell’altro fiducia e stima in sé stesso (perché l’altro si sente accettato riconosciuto e apprezzato).
  • Genera una forza positiva che aiuta la maturazione reciproca.
  • Favorisce la voglia di donarsi reciprocamente.
  • Aumenta la gioia e la felicità dello stare insieme.

L’organizzazione mondiale della Sanità offre questa definizione di salute sessuale, a cui ci si può uniformare e che rappresenta una sintesi esemplificativa dell’importanza che ha la sessualità nella vita di una persona e di una coppia:

La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettuali e sociali dell’essere sessuato al fine di pervenire ad un arricchimento della personalità umana, della comunicazione e dell’amore”.

 

Alcuni dei libri che ho amato

Non vuole essere un elenco esaustivo, o fissato rigidamente: libri ne ho amati molti, e tutti in qualche modo mi hanno dato qualcosa. Questi sono solo alcuni dei libri che, nel corso della vita, mi hanno regalato emozioni e fatto nascere riflessioni che voglio condividere con voi.

 

Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”.

Un libro scritto con un linguaggio semplice, adatto a bambini e adulti, ricchissimo in ogni pagina di spunti che ci fanno riflettere su quali sono gli obiettivi della nostra vita e i valori sui quali essa si fonda. Un libro poetico, commovente, suggestivo.

 

Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez

Chi non ricorda le prime pagine del libro? “Molti anni dopo il colonnello Aureliano Buendìa, di fronte al plotone d’esecuzione,si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”

Ecco il commento di Borges sul romanzo: ”Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e assolutamente privo di antenati”.

 

Le città invisibili di Italo Calvino

Città che prendono corpo nella memoria e nelle parole di Marco Polo, che le reinventa e le trasforma, esattamente come lo stesso scrittore fa con i suoi romanzi: osservare la realtà minuziosamente, ricomporla e restituirla al lettore trasformata. Le città descritte sono città invisibili a tutti, tranne che al protagonista /scrittore, che le crea mentre le descrive, e ce le regala in un libro indimenticabile.

 

Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare di Luis Sepulveda

Il racconto di una tenerissima storia d’amore, che va oltre le differenze individuali per scoprire l’altro e accoglierlo per quello che è realmente. Un piccolo libretto che ha molto da insegnarci. Tante le frasi che ancora ricordo del libro. Una è questa:

Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole ed arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Apri le ali…
… Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo.”

 

Le parole per dirlo Marie Cardinal.

Dare parole al silenzio, attraverso di esse trovare un senso nuovo che dia valore alla vita, gioia alle esperienze di tutti i giorni, liberi dal passato e da tutto ciò che ostacola il cammino verso la realizzazione di se stessi. Questo è stato per me “Le parole per dirlo”. Attraverso M. Cardinal, ho capito che anche io potevo trovare “le parole”, e ho incominciato a cercarle.

 

L’Io diviso Di Ronald Laing

Letto ai tempi dell’università. L’idea della malattia mentale come un evento dotato di significato, per quegli anni, era totalmente rivoluzionaria ed è stata una folgorazione, cambiando totalmente il mio modo di vedere.

 

L’interpretazione dei sogni e Totem e tabù, di Sigmund Freud

Freud è l’unico capace di parlare di se stesso con semplicità e scioltezza. Provare per credere.

 

L’Idiota di Dostoevskj.

La figura del principe Myskin, ingenuo e generoso, mi colpì dalla prima volta che lessi questo romanzo, durante gli anni dell’università. Allora mi ponevo molte domande: ma essere troppo buoni può essere un difetto? Perchè la bontà del principe, dote per la quale tutti lo ammirano e le donne se ne innamorano, alla fine è proprio ciò che lo porterà a essere rinchiuso in manicomio fino alla fine della sua vita? Come può un pregio come la bontà alla fine diventare una condanna?

 

Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Un capolavoro della letterattura inglese. Ho trovato questo libro inquietante, perchè descrive come l’essere umano possa arrivare, per superbia e vanità, a distruggere gli altri e se stesso. Tuttavia, e forse proprio per questo, un libro da leggere.

 

La casa degli spiriti di Isabel Allende

La forza delle donne della famiglia Del Valle – Trueba, descritte in questo libro di I. Allende, mi ha coinvolto e appassionato. Ho amato le descrizioni minuzioose e lente dell’autrice, l’intreccio tra la realtà politica e sociale e il mondo interiore dei protagonisti, la descrizione psicologica dei personaggi, femminili e maschili, protagonisti del libro. Letto e riletto diverse volte, senza mai stancarmi.

 

La Divina Commedia

Non pretendo di averla letta tutta! Certamente, però, l’ho amata profondamente.

Letta a tratti, a pezzi, a caso, talvolta aprendo il volume e leggendo la pagina che si presentava davanti a me. Letta al liceo, nel periodo post universitario, o con i figli grandi, rubando loro il volume che dovevano portare a scuola il giorno dopo. Un libro che ho amato appassionatamente.

 

Per chi suona la campana di Hernest Hemingway

E allora, non chiedere per chi suona la campana. Essa suona per te” John Donne. Vivere consapevolmente, accettando la responsabilità che, in quanto esseri umani, abbiamo nei confronti di qualunque altro essere umano e di tutta la vita che ci circonda. Nessuno di noi vive in un isola, separato dagli altri, e tutto ciò che accade a un altro sarebbe potuto accadere a me. Mi prendo cura della vita e delle persone che mi stanno accanto, ma sento anche la responsabilità per coloro che vivono lontano da me, che non conosco, e forse non conoscerò mai.

 

 

La vita è sogno di Pedro Calderon de la Barca.

Un capolavoro del teatro barocco, sessanta pagine che si leggono tutto d’un fiato. Un’altra opera che ho amato profondamente, anche se, secondo me, molto lontana, come stile, dalla perfezione tecnica.

Descrive il sogno come uno stato di menzogna e di finzione, e più ancora come una condizione che ti costringe a essere invisibile, in un mondo dove le stesse tue azioni diventano impalpabili e inefficaci. Unico modo per uscire dal sogno, riprendere in mano la propria vita vivendo nella rettitudine e nel bene. “Ma sia questa realtà o sogno, una sola cosa importa: agire bene; se è realtà, perché lo è, e se no, per acquistare amici per il momento del risveglio”.

 

Tutta l’opera di Ungaretti

Questo poeta, che vedevo in tv, anziano e sempre sorridente, sapeva con le sue poesie parlare direttamente alla mia anima. Nella sua opera ogni virgola, ogni pausa, ogni parola, acquista un senso profondo e intenso. La parola “scavata è nella mia vita/ come un abisso”, scrive in una sua poesia. E’ stato uno dei grandi amori della mia vita, e un ispiratore per la mia poesia.

E quanti altri ancora…

 

Cos’è l’adozione

L’adozione è un’istituto attraverso il quale una coppia, con una scelta responsabile e libera, decide di accogliere come suo figlio un bambino nato da un’altra donna e impossibilitato a vivere con la sua famiglia di origine, accogliendo il suo nome, la sua storia, la sua personalità.

Attraverso di essa viene assicurata al bambino la possibilità di avere nuovi genitori che lo accolgono nella loro famiglia, gli danno il suo cognome e lo considerano a tutti gli effetti come loro figlio.

Il cammino che porta i coniugi alla decisione di adottare non è sempre lineare e passa il più delle volte attraverso la scoperta dell’impossibilità a procreare e a diventare genitori biologici di uno o più bambini.

Il sogno della coppia, di dare vita a un essere che in qualche modo sia un segno concreto della loro unione, viene interrotto bruscemente dalla scoperta della sterilità, scatenando sentimenti di rabbia, di sofferenza, vergogna e delusione profonde.

La sterilità provoca inoltre la rinuncia all’immagine ideale che ognuno di noi ha su ciò che dovrebbe essere, una rinuncia definitiva, fonte di frustrazione perchè colpisce l’Ideale dell’ Io, l’immagine ideale che ognuno ha di se stesso.

L’impossibilità di procreare viene vissuto come un vero e proprio lutto, perchè comporta anche l’accettazione della perdita del figlio biologico, desiderato e mai nato. E’ la perdita di quel bambino, formato dalle fantasie, dai desideri, dalle proiezioni di ciascuno, che rende ancora più penoso il superamento della sofferenza e la costituisce come un vero e proprio lutto da elaborare. Questo lutto va superato, se si vuole avere lo spazio interno per essere disponibile e amare il figlio adottivo.

I coniugi sono pronti a essere genitori di un bambino non generato da loro quando l’impossibilità a procreare si trasforma in fecondità spirituale.

Il bambino che va in adozione, invece, è un bambino che ha subito, nel migliore dei casi, un trauma: quello di essere abbandonato da chi lo ha generato e dal quale sarebbe dovuto essere accudito, amato, protetto.

I bambini dichiarati in stato di abbandono, inoltre, indipendentemente dall’età, hanno nella maggioranza dei casi vissuto in istituto, sperimentando l’ìnesistenza di relazioni significative e fondamentali per la sua crescita, la carenza di cure e di affetto, anche in fasi precoci di vita, e molto spesso maltrattamenti, abusi fisici ed emozionali.

Il bambino si trova nella condizione di dover subire una scelta che non ha mai compiuto: chi adotta, infatti, desidera il bambino che diventerà suo figlio, mentre chi viene adottato si trova coinvolto in una situazione che lo vede protagonista ma che non ha voluto.

Su queste situazioni e su queste sofferenze i bambini costruiranno la loro personalità e le loro difese. Saranno facilmente bambini insicuri e spesso traumatizzati, talvolta pieni di rabbia e di paura (l’emozione della rabbia è infatti una difesa contro la paura), non sempre facili da gestire.

Essere buoni genitori biologici non necessariamente equivale ad avere le caratteristiche necessarie per essere buoni genitori adottivi.

A un genitore adottivo si richiedono competenze genitoriali specifiche, un buon equilibrio, un buon rapporto con il partner, buone capacità di coping, un buon livello di sopportazione della sofferenza e la capacità di generare speranza. Solo così essi saranno in grado di aiutare il figlio adottivo a elaborare e riparare le ferite di cui è portatore.

L’adozione peraltro è un istituto regolamentato dalla legge, a cui si accede dopo accurate valutazioni effettuate dai Servizi Sociali Territoriali e dopo un decreto di idoneità emesso dal Tribunale dei Minori.

La coppia, in questa fase, è provata psicologicamente e fisicamente, il più delle volte proviene da un periodo durante il quale ha tentato di diventare genitore attraverso la fecondazione assistita, e in più si trova ad essere messa a nudo, analizzata e valutata da psicologi e assistenti sociali negli aspetti più intimi e personali della sua vita passata e a

L’esperienza dell’ adozione può essere un’avventura meravigliosa, capace di regalare emozioni profonde e grandi soddisfazioni. Perchè tale esperienza risulti positiva è necessario possedere le capacità e il desiderio di accogliere il figlio per quello che è, con le sue specificità e le sue differenze, dando risposta positiva ai suoi bisogni di accoglienza, di amore, di libertà e di rassicurazione.