Scrivere e narrarsi: una strada verso la libertà

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Scrivere, per lasciar andare il pensiero  e lasciar fluire ciò che la mente spesso blocca, impedendo l’espressione e la consapevolezza di ciò che risuona dentro di noi, e che spesso noi stessi non vogliamo conoscere, o ri-conoscere.  Scriver per scoprire se stessi e non aver timore di ciò che proviamo e di ciò che siamo. Perché tutti noi sperimentiamo momenti di debolezza e di dolore: una separazione, una partenza improvvisa, la difficoltà nell’andare d’accordo con chi amiamo, l’incapacità di comprendere un figlio che prende strade diverse da quelle che avremmo desiderato per lui: la vita è piena di imprevisti che vanno accettati e compresi, con amore e accoglienza anche nei confronti di noi stessi. Solo così, solo amando profondamente quella parte fragile che esiste dentro di noi possiamo far scaturire la vera forza, quella che ci permette di essere flessibili e coraggiosi, di non crollare di fronte alle circostanze dolorose e di andare avanti con fiducia nonostante tutto.

 

Anche io ho bisogo di scrivere e di liberarmi dagli affanni che come fondi di caffè scuri ingombrano l’anima. La valigia è pesante, il bagaglio è denso e spesso come terra bagnata. Voglio aprirla, svuotarla, pulirla, lavarla. Renderla candida come l’avessi appena acquistata. Liberarmi dai pesi e camminare libera e fluida, come una ragazzina saltella in un prato. La vita è bella, ed è la mia. Ancora la sogno e la vivo nella mente che desidera e sbriciola i pensieri come pezzetti di foglie secche nel suolo.

L’amore libera, l’amore è vita, scambio vero di pelle e di mani, occhi che incrociano sguardi, azioni che svelano passi e i sentieri, pensiero che allontana le scorie bruciate, che svuota il camino dalla cenere che soffoca e ingombra. Ecco! Un bel ceppo da ardere, secco e pronto per offrire nuova vita e nuove azioni.

Le scodelle si svuotano e restano sporche nel lavello bagnato, se nessuno le lava e le pulisce. Allora ritornano nuove e smaglianti, pronte per contenere ancora tè caldo e aromatico, da odorare e portare alla bocca.

La spada inchioda il cuore, si infilza nel ventre e fa male. Un pugno nello stomaco, il pensiero di chi c’è e mi manca.

Lascio andare il sogno, lascio andare la vita che fra noi scorreva limpida. Lascio andare ciò che non trovo. Come un esploratore paziente vado alla ricerca di un mondo su cui camminare, salire montagne, scendere sulle dune di sabbia ridendo, saltare sulle rocce nell’acqua, verde come cristallo. Questo io voglio, questo sono. Vita ancora da vivere, risate sommesse o a squarciagola, vino frizzante e leggero che pizzica la gola. E ancora vita, vita, vita.

 

 

La storia di Laura

donna dipintoFinalmente, Laura sorride. E’ stata dura, il sorriso proprio non le veniva, gli occhi sempre inquieti, sempre alla ricerca di qualcosa che non arrivava mai.

Cosa cercava, Laura? Se qualcuno glielo avesse chiesto forse lei avrebbe risposto: La pace. Ricerco la pace.

Ma Laura non cercava la pace. Laura, allora, cercava l’emozione, il turbamento. Cercava di distrarsi, di dimenticarsi di sé, perché il dolore che sentiva tutti i giorni, lì, dentro la sua pancia, era troppo forte, fino a  diventare intollerabile, quasi come un dolore fisico.

Girava come una trottola, inquieta e sofferente, alla ricerca di qualcosa che non conosceva.

Era una bella ragazza, Laura. Occhi bruni, capelli neri, il corpo nascosto da indumenti che castigavano le sue forme e la nascondevano. Seducente, si, era seducente. Ma nei suoi occhi non si leggeva la pace.

Ad un certo punto della sua vita, però, Laura ha deciso. Star bene, guarire.  Quando proprio non ne ha potuto più, ha cercato di farsi aiutare. Perché spesso succede così. Si dice: non c’è limite al peggio, ma non è vero. Tutti  abbiamo dentro di noi un punto di rottura, un punto oltre il quale il dolore è troppo forte, la sofferenza è insopportabile, il cuore sembra non riuscire più a battere come dovrebbe.

Così è entrata nell’abisso: ha scavato dentro di sé con le mani e con le unghie, per trovare, capire, pulire. Ha scavato nella terra e trovato vermi e gemme preziose Ma i fiori nascono dalla terra, , da tutta quella materia fertile e ricca che è contenuta lì dentro. Ed è proprio nella terra, nel suo passato, che Laura ha trovato il coraggio di liberarsi da quel dolore sordo e insostenibile.

E’ stato un lavoro duro per Laura. I momenti in cui si è sentita tornare indietro, risucchiata da un’onda impietosa, sono stati tanti. Ha avuto troppe volte la tentazione di fermarsi. Si è chiesta: ma chi me lo fa fare? La notte si rigirava nel letto chiedendosi perché. Perché la vita è così difficile, perché la fatica di vivere sembra colpire solo me, perché gli altri sembrano vivere così tranquilli, perché queste ombre nella mia testa e quest’angoscia nel  mio cuore, perché quel mal di pancia che sembra non abbandonarmi mai e che sembra provenire da un tempo lontano, dimenticato. Cerca di raccogliere i segni come briciole abbandonate per terra, per capire da dove venisse il malessere, e ogni tanto le sembra persino di capirlo. Poi tornava indietro, risucchiata ancora da quell’onda, da quel malessere, da quell’angoscia.

“Non ce la farò mai”, si diceva Laura. Nel silenzio della sua stanza talvolta si contorceva, piangeva, senza dirlo a nessuno. Le sembrava che nessuno che potesse ascoltarla, capirla. Si sentiva sola con se stessa.

In realtà, era sola, senza se stessa.

Chissà perché si dice soli con se stessi, quando  ciò che ci manca davvero e che fa male è proprio la capacità di stare con noi stessi e di starci bene.

Perché è lì il segreto. Ritrovare chi siamo,  amarci.

Avere cura di sé come fossimo perle preziose, perché è questo che siamo: unici e preziosi. Rivolgere nei nostri confronti tenerezza e guardi di stima. Guardare dentro di noi e apprezzare quei tesori che tutti noi abbiamo.

E’ stato lungo, ma alla fine del tunnel nello sguardo inquieto, a poco a poco, sorgeva il sorriso e la comprensione. E senza quasi rendersene conto, ad un certo punto si è accorta che quel dolore alla pancia era sparito, e che lei si sentiva diversa, più leggera, più se stessa.

E finalmente ha capito che poteva rincominciare a vivere.

La vulnerabilità, una risorsa preziosa

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La vulnerabilità: ne abbiamo paura, ci sembra un pericolo e spesso ce ne difendiamo, eppure è una risorsa preziosa che apre la strada dell’autenticità e della compassione.

Le emozioni talvolta ci assalgono, e alcune volte ci sembra di non poterle tollerare. La sensazione di non valere, per esempio, di non essere abbastanza bravo, bello, intelligente, in definitiva di non essere abbastanza,  è un sentimento che tutti abbiamo provato, contro il quale ciascuno di noi, a modo suo, in qualche momento della sua vita, ha combattuto. Il timore  di dimostraci fragili, di perdere  il sostegno di chi ci circonda e rimanere soli, è un sentimento comune. Queste emozioni, questi timori ci rendono vulnerabili, e spesso ce ne vergogniamo perché ci sentiamo fragili e indifesi.

Eppure spesso noi impariamo proprio dalle avversità e apprendiamo le migliori lezioni nel momento in cui accettiamo gli ostacoli che la vita ci mette davanti e abbassiamo le nostre difese.

Bisogna avere il coraggio di essere imperfetti, sostiene la ricercatrice Brene Brown, di accettarsi per ciò che si è e di accettare la propria vulnerabilità. Avere come obiettivo nella vita quello di mostrarsi perfetti, o essere perfetti, per essere amati, potrebbe effettivamente essere il più irraggiungibile degli obiettivi, oltre che causarci una frustrazione e una fatica infinite. Accettare la propria vulnerabilità e guardare con compassione (nel senso originale del termine, di patire-con) chi ci circonda, ci permette di restituire dignità e senso di appartenenza alla nostra vita.

Questo comporta avere il coraggio di abbandonare l’immagine ideale che abbiamo di noi e cercare di vivere autenticamente, cercando ogni momento della nostra vita di comprendere chi siamo e cosa desideriamo davvero.

Significa mostrare i nostri sentimenti con semplicità, dire “ti voglio bene”, investire in una relazione di amicizia o d’amore, proporsi per un lavoro anche se non si è per niente certi del risultato, fare una telefonata ad un amico  con cui non si parla da tanto, chiedere aiuto a qualcuno, accettando l’insicurezza, il timore di essere rifiutati o di fallire, in definitiva accettando la nostra fragilità come parte costitutiva del nostro essere uomini e donne.

Accettare la propria vulnerabilità significa accettare la trasformazione e la creatività, accettare di amare e di essere amati,  di farsi “toccare” dagli altri, di sentire la compassione,  l’amicizia, la commozione.

Significa anche accettare se stessi e il fatto che non siamo perfetti, che ci stanchiamo, che ci ammaliamo, che dobbiamo proteggerci e mettere dei limiti,  che dobbiamo dire di no e occuparci di noi, perchè noi siamo i primi a doverlo fare.

Accettare di essere vulnerabili, in fondo, è accettare di essere vivi. Di poter sbagliare e di poter rincominciare da capo, senza che questo diventi un dramma. Perché sopprimere i sentimenti negativi  semplicemente non è possibile: questi torneranno, sotto altri volti e altri nomi: ansia, attacchi di panico, depressione. Se cercheremo di soffocarli, torneranno ingigantiti, fino al punto che sembrerà esistano solo questi e nient’altro.

Sopprimere i sentimenti negativi significa, in fondo, nascondere la nostra umanità, privarci anche della possibilità di sperimentare la sorpresa, il rischio, la gioia, l’amore. Cercare di nascondere sotto una parvenza  di insensibilità la nostra paura di sbagliare e la nostra fragilità, ci rende in un certo senso ancora più fragili e ci allontana da noi stessi.

Perciò apriamoci a ciò che sentiamo dentro di noi. Ritroviamo il coraggio di dire: mi dispiace. Diciamo: ti voglio bene. E se abbiamo qualche problema, parliamone, chiediamo aiuto. E’ la nostra stessa umanità che ci porta a volte a essere fragili, dubbiosi, incerti. Lasciamoci andare alle emozioni, apriamoci agli altri e a noi stessi. Ritroviamo dentro di noi il coraggio di sbagliare e di rincominciare, proprio come sapevamo fare da bambini, prima che “l’educazione”ci trasformasse.

©2015 Maria Angela Corrias.All rights reserved

I primi giorni di scuola: 5 semplici consigli per i genitori.

Buon-anno-scolasticoRiprendere l’anno scolastico, un momento importante che coinvolge l’intero sistema familiare. Ecco qualche piccolo consiglio per i genitori, per superare questa fase con serenità.

  1. Continuate a dedicare ai vostri figli tempo e attenzione. Parlate con loro, chiedete come stanno vivendo le loro prime giornate, dimostrate che vi divertite in loro compagnia, ascoltate i loro eventuali dubbi, continuate a dimostrare loro affetto e interesse.
  2. Preparate un adeguato ambiente di studio a casa. Avere una piccola scrivania o un angolo della casa organizzato con tutto l’occorrente (contenitore con matite nuove e penne ordinate, eventuale materiale di cancelleria, libri e quaderni ordinati), buttando via per esempio le matite ridotte a metà dell’anno precedente o le eventuali gomme da cancellare pasticciate con la biro, aiuta a organizzare la propria mente e invoglia a iniziare.
  3. Fate fare loro un po’ di moto all’aria aperta. Approfittare delle giornate di bel tempo che la stagione ci mette ancora a disposizione per uscire all’aria aperta, fare qualche passeggiata o mangiare un gelato, per favorire il passaggio alle monotone regole invernali con dolcezza e trascorrere ancore del tempo con loro in allegria.
  4. Fate iniziare la giornata con una buona colazione e curate un alimentazione corretta, aiutando gli inappetenti con qualcosa di loro gradimento (se fanno fatica a mangiare la mattina per esempio veniamogli incontro con qualcosa che mangino volentieri, potrebbero essere uova alla coque, un toast o un ciambellone).
  5. Stabilite e mantenete delle regole semplici ma chiare: per esempio andare a letto a una certa ora o riordinare la propria stanza o il proprio zaino la sera prima.

Buon inizio scuola a tutti!

 

 

Non è mai troppo tardi, per essere quello che vuoi essere.

Verba volant? Ne siamo certi?

Le parole contano, pesano, influenzano la nostra vita. Possono dare speranza, fiducia, far vedere la luce dove sembrava esserci solo buio,provocare un sorriso o un risata, possono chiarire, comunicare pensieri e sentimenti, ma possono anche tagliare le gambe, inchiodare, penetrare nel cuore come coltelli e fare un gran male.

Occorre far attenzione alle parole che ascoltiamo e a quelle che diciamo. Quando si parla o si scrive, bisogna usare chiarezza e sensibilità, fermezza e delicatezza. Quando si ascolta una parola che ferisce, occorre capire a che distanza fermarsi, lasciare fluire, riflettere. Talvolta, per esempio, la parola ascoltata, anche quando diretta a noi, ci parla dell’altro,di come lui si sente, di ciò che lui pensa e non di noi. Se questo ci è chiaro, riusciamo a non farci travolgere, a non sentirci feriti, e persino ad ascoltare l’altro con cuore più puro e più aperto. 

La violenza psicologica: riconoscerla per uscirne fuori.

DSCN6317La violenza psicologica è subdola, si nasconde sotto le pieghe della normalità, ma è devastante per chi la deve sopportare. Bisogna saperla riconoscere, per non lasciare solo/a chi la subisce, occorre maggiore  solidarietà, leggi migliori e più efficaci.

La persona che fa violenza psicologica è capace di manipolare la realtà e stravolgerla, al punto da farti pensare che sei tu ad avere torto, a comportarti male,a sbagliare. Così viene accusata di essere ingiusta, insensibile, arrogante, o chissà che altro. La persona che usa violenza difficilmente farà fare autocritica o si guarderà dentro. Non ne è capace. La colpa è sempre degli altri, di chi non lo/a capisce, di chi si comporta male, di chi fa errori imperdonabili nei suoi confronti, a cui si reagisce sempre con rabbia e aggressività. Ogni parola, ogni frase può venire stravolta e manipolata, e la realtà a poco a poco viene messa in dubbio da chi subisce questi comportamenti, che finisce per chiedersi se è vero ciò di cui viene accusata/o. Per uscire fuori da questa spirale occorrono lucidità, autostima e la capacità di agire, di muoversi, di allontanarsi da ciò che fa male. Ma spesso la lucidità e l’autostima è proprio ciò che per primo viene minato, in situazioni di questo genere. Ci vuole coraggio, ci vuole forza, ma bisogna tirarlo fuori questo coraggio e bisogna, finalmente, imparare ad amarsi.

Liberarsi dai condizionamenti che derivano dalla nostra storia familiare è possibile?

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Tutto ciò che abbiamo vissuto, consapevolmente o no, nella nostra storia personale, forma e costruisce ciò che pensiamo e immaginiamo sul mondo e su noi stessi. Ciascuno di noi infatti si sviluppa sulla base dell’interazione fra il patrimonio genetico con il quale nasciamo e l’ambiente che ci circonda e nel quale viviamo.

La vita è caratterizzata da un continuo scambio reciproco, dove entrambi gli attori, genitori e bambino, si adattano l’uno all’altro. È tuttavia indubbio che il bambino ha un potere molto limitato all’interno della famiglia. Egli nasce e vive in un ambiente già strutturato, con regole, abitudini, credenze, segreti, conoscenze sulle quali non può in alcun modo intervenire e ha un potere di azione e di trasformazione sull’ambiente estremamente limitato.

Il  bambino trae dall’adulto modello e esempio. È il genitore che gli offre lo schema di interpretazione della realtà e finché è piccolo, si fida ciecamente di ciò che il genitore gli dice: sono il padre e la madre che gli trasmettono il modo in cui dovrà pensare e agire.  Il piccolo infatti, crescendo formerà delle rappresentazioni interne legate a ciò  che vive e percepisce all’interno del suo piccolo mondo, la sua famiglia. Genitori, zii e nonni influiscono dunque in modo potente sulla psiche di ciascuno e il clima nel quale si vive determina convinzioni, credenze, modi di fare.

Solo per fare un piccolo e banale esempio che ci permette di comprendere quando si è appena detto: pensiamo a un bambino che si sente dire di continuo che NON DEVE correre, NON DEVE sporcarsi,  NON DEVE SBAGLIARE, insomma il più delle volte cosa non deve fare piuttosto che azioni propositive e incoraggiamento.  È probabile che questo bambino cresca con insicurezze e limitazioni che originano da ciò che si è sentito dire, anche in buona fede, dai genitori e dalle persone che si sono occupate di lui.

E’ in questo modo che si costruiscono credenze e costrizioni a cui si crede di dover obbedire e che ci impediscono una vita serena e realizzata.

Lavorare sul passato della propria famiglia diventa dunque lo strumento che ci permette di conoscere e accettare le vicende relative alla storia dei membri che l’hanno composta  e di diventare ciò che siamo interiormente, affrancandoci dalle credenze limitanti che ci hanno condizionato, dalle ripetizioni, dai segreti, dalle regole introiettate, per costruire la nostra identità nella libertà e accettare il nostro potere di azione.

Quando i genitori si aspettano troppo

Sisters in the Bazaar, ph. Paul Hamilton (cc.Flickr)

Sisters in the Bazaar, ph. Paul Hamilton (cc.Flickr)

Le aspettative nei confronti dei figli sono strettamente connesse all’idea che si ha del bambino e a credenze che si sono costruite nel tempo, all’esperienza che abbiamo fatto nella nostra vita, a ciò che siamo. Di solito abbiamo aspettative consce e altre inconsapevoli, sulle quali non riflettiamo, ma che determinano comunque il nostro comportamento e le nostre emozioni. Naturalmente è inevitabile avere delle aspettative, sarebbe impossibile il contrario, ma è bene capire quali sono, perché dobbiamo essere noi a gestire loro e non le nostre aspettative a gestire noi.
Sappiamo per esempio che desideriamo nostro figlio educato e rispettoso, ma non che ci piacerebbe somigliasse in qualcosa al nonno matematico, o che vorremmo avesse successo in qualcosa perchè a noi è sempre andata così, o perché al contrario per noi è stato tanto difficile. La famosa frase, che tanto si sente dire, e di fronte alla quali ci si trova spesso disarmati, “vorrei che lui non facesse la fatica che ho dovuto fare io”, infatti, è un’arma a doppio taglio. Tutti facciamo fatica, tutti abbiamo scogli da superare, e anche lui, o lei, tra un passo e un inciampo, farà la sua strada e troverà la sua collocazione nel mondo.
Ogni genitore ha una serie di attese e di speranze nei confronti dei suoi figli. Speranze sul futuro, sulla sua salute, sulla sua realizzazione personale. Molte volte, tuttavia, le aspettative che i genitori hanno sul figlio non sono in relazione alla personalità e alle capacità del bambino ma ai loro personali desideri.
Una mamma potrebbe avere la speranza che il figlio fosse bravo in matematica, ma potrebbe darsi che invece lui preferirebbe scrivere temi e leggere poesie e il genitore, senza saperlo, potrebbe in qualche modo condizionarlo o limitarlo.
Un bambino ha bisogno di sapere in modo chiaro e sereno cosa gli altri si aspettano da lui e costruisce il suo senso di sé in base a ciò che vive e a ciò che gli adulti che gli vivono accanto gli rimandano. Se il genitore inconsciamente desidera che lui prenda buoni voti in matematica, trasmetterà al figlio, attraverso un silenzio troppo lungo, o uno sguardo inavvertito, un giudizio che il figlio inevitabilmente coglierà.
Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli hanno una grande influenza sulla sua autostima, sulla capacità di instaurare legami durevoli e stabili, sulla fiducia in se stesso. L’adulto è, per definizione, secondo il bambino, colui che ha ragione, colui che lo aiuta a decifrare la realtà, spesso incomprensibile e complicata, e che definisce ciò che lui stesso è.
L’origine, la radice dell’autostima di ciascun bambino, è da ricercare proprio nella stima che di lui hanno avuto i suoi genitori. Se i genitori non credono in lui, anche lui non riuscirà a credere in se stesso. Se il genitore ha aspettative troppo elevate, anche inconsce, il bambino si troverà a dover fare i conti con la sua incapacità di raggiungerle e svilupperà un senso di sfiducia in se stesso che lo porterà a un atteggiamento rinunciatario o ribelle, o al contrario a cercare, in tutti i modi, di raggiungere le prestazioni che gli adulti si aspettano da lui. Questo potrebbe avvenire anche a costo di rinunciare a ciò che egli dentro di sé vorrebbe, pur di continuare ad essere amato.
Il bambino infatti, inconsciamente, ha la spinta a soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di lui, indipendentemente dal fatto che ciò gli sia possibile o no e indipendentemente dal fatto che queste aspettative siano esplicite o implicite. Anzi, esse incideranno molto di più su di lei se sono inconsapevoli.
Se un bambino cresce in un ambiente dove, per esempio, parlare di adozione crea disagio nei genitori, lui percepirà senza rendersene neanche conto questa emozione, e sarà una pausa ad una domanda improvvisa, una risposta affrettata, un tono di voce, che gli manderà il messaggio. Ma questo messaggio lui non sarà in grado di decodificarlo, di capirlo bene, proprio perché non se ne può parlare. Perché la parola spiega, svela, chiarisce.
Quando le attese sono inconsapevoli ed esagerate, il bambino si può trovare di fronte al bisogno di dover realizzare i desideri dei genitori e non i suoi, o di dover raggiungere delle prestazioni che non è in grado di ottenere, o di tenere dei comportamenti che non gli corrispondono.
Ciascun genitore naturalmente spera il meglio per il proprio figlio, ma non è sempre facile capire cosa sia davvero il meglio per lui. Talvolta potrebbe essere una maggiore serenità in famiglia, o la certezza di essere amato per quello che davvero egli è e non ad esempio per il rendimento didattico elevato o per la capacità di giocare a pallone in modo eccellente.
Normalmente i genitori cercano di comportarsi in modo accogliente e incoraggiante ne confronti dei figli, ma dentro di loro, forse inconsciamente e senza accettarlo neanche davanti a loro stessi, talvolta percepiscono una sottile delusione, perché i propri figli non sono come avrebbero voluto. Eppure tutto ciò di cui non si può parlare ha una forte influenza su di noi, perché viene comunque percepito inconsciamente, viene trasmesso attraverso il tono della voce o uno sguardo, o una parola di troppo che scappa inavvertita e che sembra nessuno abbia colto, ma che in realtà lavora dentro.
Il bambino potrebbe reagire alle aspettative troppo elevate cercando di accontentare i genitori, cercando di dare sempre il meglio, per farli felici e sentirsi amato, oppure potrebbe rinunciare, lasciar perdere perché tanto non ce la fa, o ancora tacere, accettare silenziosamente e passivamente, e continuare la sua vita con la sensazione che non riuscirà a rendere felice l’adulto e a farsi amare.
Nel caso dei bambini adottati, capita per esempio che i genitori abbiano aspettative troppo rigide nei confronti del rendimento scolastico. Se queste aspettative non si realizzano, il bambino, che già parte da una condizione di scarsa autostima, potrebbe crescere con la sensazione di non valere e di aver deluso le attese dei suoi genitori e delle persone che per lui contano.
Ma visto che è inevitabile avere aspettative nei confronti dei nostri figli, cosa fare?
Fare il genitore significa mettersi nell’ottica di fare un percorso di conoscenza di sé che non termina mai, perché la realizzazione di sé e la costruzione della propria felicità aiuterà ad essere genitori migliori e ad avere figli probabilmente più realizzati e più sereni. Perciò stiamo attenti a ciò che pensiamo, impariamo a pensare sul nostro pensiero, a non dare nulla per scontato, perché è così che si cresce, che ci si evolve, che si cambia. Accettare di avere dei desideri, consci e inconsci e lavorare su questi, mettersi in gioco e nello stesso tempo osservare i nostri figli come esseri che non ci appartengono, come realtà separate da noi, con lo stupore e il rispetto che meritano, con il desiderio sincero di vederli muovere in un sentiero che non è quello tracciato da noi ma dalla loro stessa vita.
Comprendere quali sono i propri desideri e i propri limiti non è sempre facile, ma è l’unica strada percorribile se si desidera veramente vedere i nostri figli andare nella vita con coraggio, liberi di seguire la loro strada e di realizzare se stessi con soddisfazione.

Lo stress: cos’è e come gestirlo

file1751271622835Quando parliamo di stress solitamente ci riferiamo a una generica sensazione di disagio e di tensione. Lo stress in realtà non è solo questo.

Esso consiste in una risposta di adattamento che il nostro organismo mette in atto di fronte a stimoli o sollecitazioni che provocano un cambiamento.

Cosa succede nel nostro organismo?

Le principali modificazioni che avvengono quando siamo in una situazione di stress sono nel sistema endocrino (ormoni tiroidei, glicemia, trigliceridi), nel sistema vegetativo e nel sistema immunitario. In particolare si assiste a:

–          Aumento della produzione, attraverso la porzione midollare delle ghiandole surrenali, di ormoni come l’adrenalina e la noradrenalina (le catecolamine). Questi generano modificazioni  fisiologiche che garantiscono una risposta pronta ed efficace nei confronti degli stimoli (per esempio l’accelerazione del ritmo cardiaco fornisce maggior afflusso di sangue ai muscoli che si predispongono a entrare in funzione prontamente).

–          Produzione, da parte della corteccia surrenale, di un maggior numero di corticosteroidi che a loro volta aumentano la formazione di zuccheri, grassi e aminoacidi, fonti di energia immediatamente utilizzabile dall’organismo.

–          Iniziale diminuzione delle difese immunitarie.

 Queste modificazioni, se di breve durata, svolgono un effetto positivo.  Esse infatti:

–          Aumentano la nostra vigilanza e la velocità di reazione;

–          Rendono la nostra azione tempestiva;

–          Migliorano le capacità attentive.

La risposta nei confronti dello stress avviene in tre fasi:

–          La prima, detta di allarme. In questa fase l’organismo mette in atto meccanismi per fronteggiare la situazione nuova.

–          La seconda, detta di resistenza. L’organismo cerca di sostenere la tensione e contrastare gli effetti negativi dello stress.

–          La terza, la più pericolosa, detta di esaurimento. Le risorse individuali sono state consumate e l’organismo può produrre malattie o disturbi psicologici.

Lo stress è sempre negativo?

 La situazione di stress, se contenuta, provoca effetti benefici nell’organismo e viene chiamata eustress. La possiamo riconoscere, per esempio, durante la preparazione di un viaggio che ci entusiasma, durante  un esame nel quale ci sentiamo pronti e capaci, nell’organizzare una festa  o una cena particolarmente importante.

Gli eventi piacevoli, infatti, producono nell’organismo  le stesse modificazioni di quelli spiacevoli (per es. aumento della produzione di catecolamine e di corticosteroidi). Eppure la percezione soggettiva della situazione è profondamente diversa. In caso di eustress, ci sentiamo in grado di gestire le situazioni ambientali e siamo più efficaci nelle nostre azioni.

Se la situazione di stress è prolungata nel tempo o viene percepita come superiore alle proprie forze, si verifica la situazione chiamata di distress, o stress negativo. In questo caso il rilascio continuo di queste sostanze può produrre svariati disturbi, fra i quali ricordiamo:

  1. –          Diabete;
  2. –          Aumento del colesterolo;
  3. –          Indebolimento delle difese immunitarie e maggior facilità all’insorgenza di malattie;
  4. –          Cefalee;
  5. –          Ipertensione
  6. –          Dolori muscolari, in particolare al collo (quella che viene chiamata “cervicale” e alla parte bassa delle schiena);
  7. –          Stanchezza eccessiva;
  8. –          Disturbi cardiovascolari;
  9. –          Raffreddori e influenze;
  10. –          Disturbi del sonno;

Che cosa trasforma lo stress da fenomeno positivo in malattia?

–         La durata (i viaggi e le feste possono essere gradevoli, ma dopo un certo periodo di tempo si sente la necessità di riposarsi e di rilassarsi a casa propria).

–          La quantità e il numero degli eventi stressanti. (Correre tutto il giorno, dividersi tra professione, cura dei figli, casa, poi il rumore della metro, il traffico, magari un lavoro faticoso e non avere mai un momento da dedicare a se stessi)

–          Il nostro modo di valutare l’evento (200 mt di corsa nel parco sotto casa avranno un impatto diverso da 200 mt verso la stazione per prendere il treno. Es preso da M. Farnè, Lo stress). Risulta determinante, nella valutazione dello stress percepito, il peso emotivo e la valutazione che l’evento ha per ciascuno. In particolare, la sensazione di trovarsi di fronte a eventi o situazioni nei confronti dei quali si percepisce di non avere la capacità di difendersi o di reagire efficacemente. Lo stress, in definitiva, diventa negativo quando si verifica uno squilibrio fra situazione ambientale e risorse percepite a propria disposizione (personali, ambientali, sociali).

–           La mancanza di strategie di coping adeguate. Una caratteristica importante nella gestione dello stress è costituita dalle modalità di coping che ciascuno di noi possiede. Il coping viene definito come l’insieme dei tentativi messi in atto per controllare e fronteggiare gli eventi ritenuti difficili o superiori alle nostre forze (Lazarus). Quanto più la persona sentirà di avere la capacità di far fronte allo stress, mettendo in atto comportamenti adeguati ed efficaci, tanto meno entrerà in uno stato di distress. Per fare un semplice esempio, una segretaria, ancora nel periodo di prova, alle prese con una serie di pratiche nuove  e impegnative, da sbrigare magari in un lasso di tempo relativamente breve, può entrare in una situazione di stress e vivere la situazione con uno stato di ansia superiore a una persona che conosce il lavoro già da molti anni e sa come affrontarlo.

–          Caratteristiche di personalità. La capacità di risolvere i problemi, di comunicare efficacemente con gli altri, il senso dell’umorismo, possono essere dei facilitatori e consentire una gestione più efficace in molte situazioni di stress.

Strategie per gestire lo stress

 Strategie cognitive. Definire con chiarezza le caratteristiche della situazione stressante e gli elementi che lo causano permette di ridimensionare la percezione di mancanza di controllo che spesso si ha di fronte a tali circostanze. Suddividerle in piccoli eventi il più possibile precisi, favorisce la sensazione di poter fare qualcosa per modificarli e consente la messa in atto di azioni efficaci.

Strategie psicosociali.  Il fatto di avere delle buone relazioni di supporto e di amicizia costituisce un valido sostegno per affrontare e superare momenti di difficoltà o di stanchezza.

Tecniche di rilassamento corporeo. Il training autogeno, il rilassamento, alcune tecniche meditative possono essere estremamente utili per contrastare gli effetti negativi dello stress e permettere di raggiungere uno stato di benessere, un buon controllo dei propri stati emotivi e favoriscono il recupero delle proprie energie.

Non è  facile riuscire da soli a riconoscere l’adeguatezza delle proprie modalità di coping e modificarle, o comprendere se la valutazione degli eventi che ci accadono è appropriata, o apprendere tecniche che permettano il raggiungimento di uno stato di benessere, quando si arriva a una situazione di distress . In questi casi, quando lo stress è eccessivo, può essere di aiuto il confronto con un professionista  con il quale sarà possibile identificare le cause del malessere e le strategie più adatte per superarlo.

©2014 Maria Angela Corrias.All rights reserved

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