L’adolescenza

L’adolescenza costituisce per ciascuno un importante momento evolutivo. Il ragazzo non è più il bambino che è stato fino a poco tempo prima, e non è ancora l’adulto che diventerà. Incomincia a riflettere su sè stesso e a formarsi una rappresentazione mentale di sè, a chiedersi chi è, cosa vuole e cosa pensa del mondo, dei suoi genitori, degli amici, dei suoi valori.
Tutto è in trasformazione: il suo corpo cambia, al maschio crescono i peli sul pube, sulle ascelle, cresce di altezza, inizia ad avere la barba, la voce diventa più grave, alle ragazze cresce il seno, il bacino si allarga, inizia il ciclo mestruale.
Il cambiamento nel suo corpo viene vissuto come repentino e sconcertante, e trascina con sè riflessioni che coinvolgono il modo in cui egli percepisce sè stesso e la sua relazione con il mondo. Non trova più conferma e sicurezza nei genitori, e non si riferisce più a loro per capire cosa pensare di sè stesso.
Egli inizia a riflettere su di sè per costruirsi un’immagine di sè coerente, e nello stesso tempo è in grado di avere un maggior accesso ai sentimenti, che vengono esaminati e capiti. Si trova a voler iniziare a organizzare la sua vita e le sue relazioni sociali in modo autonomo: questo processo comporta la costruzione di un’identità di genere (maschio, femmina), la creazione di nuovi legami con il mondo esterno (amici, adulti di riferimento, educatori), la presa di coscienza del proprio corpo che cambia, la risoluzione di nuovi problemi. Questo processo tuttavia è complicato da emozioni altalenanti e vissuti contrastanti, che spesso neanche il ragazzo sa riconosce e gestire.
Si allontana dai modelli di riferimento familiari e sperimenta identificazioni con modelli esterni che sconcertano i genitori e gli educatori. E’ il caso per esempio dei ragazzi che cambiano look, gusti musicali e atteggiamenti rapidamente.
Modella la sua identità, definisce i suoi valori e si chiede cosa vuole dalla vita, dalle persone che lo circondano e da se stesso. Riflette in modo nuovo su di sè, sulla sua nascita e sulla sua infanzia, sulla relazione che ha avuto con i suoi genitori, cercando di dare agli avvenimenti che hanno caratterizzato la sua vita un significato nuovo e personale.
Le amicizie iniziano a diventare apparentemente persino più importanti degli stessi genitori, che fino a quel momento sono stati gli unici punti di riferimento della sua vita. Nei compagni si ammirano le caratteristiche che si vorrebbe avere, e frequentando “l’amico/a del cuore” è come se le stesse qualità ammirate in lui/lei si integrassero nella personalità del ragazzo (l’amico è esuberante e lui è un timido, attraverso l’amico il ragazzo vive l’esuberanza che da solo non potrebbe sperimentare).
Anche i genitori vivono in modo contradditorio questa fase della vita dei loro figli: da un lato desiderano che i figli diventino autonomi, da un altro “sono reticenti a perdere il controllo su di loro e sulla loro educazione”.

La relazione con l’adolescente.

I genitori, attraverso il loro comportamento, possono fare molto per aiutare il ragazzo adolescente ad affrontare questo periodo in modo che diventi un opportunità di crescita e sviluppo.
Essi possono, per esempio:
• Fare in modo di intensificare la relazione col genitore dello stesso sesso dell’adolescente. Trovare dei momenti destinati esclusivamente a loro due può essere utile ed estremamente gratificante per entrambi. Il ragazzo per esempio deve essere in qualche modo “affidato” al padre, e la madre deve imparare a lasciare che questo rapporto prenda forma con regole e caratteristiche proprie, senza interferire.
• Elaborare un nuovo modo di dare le regole. L’adolescente non obbedisce più alle regole semplicemente perché vengono proposte dal genitore, ha bisogno di capirle e vederle applicate anche dai genitori, che ci credono e sono pronti a portarle avanti nella loro vita. Solo così il figlio avrà la possibilità di interiorizzarle e farla proprie. Il classico “buon esempio”che spesso è così difficile da dare, funziona più di una regola data autoritariamente.
• Insegnare al figlio il valore della relazione. Permettere che il figlio si chiuda in sé stesso e lasciare che faccia di testa propria non rende il figlio più felice. E’ solo nella relazione, nel dare e ricevere, nel prendersi la responsabilità del rapporto con l’altro, che ci si rende conto di essere importante per qualcuno e perciò veramente amati. Questa certezza permette al ragazzo adolescente di uscire dal senso di solitudine che spesso prova. Il ragazzo eccessivamente autonomo non è per questo più felice degli altri, è soltanto più solo.

Conclusione

Può essere utile per il genitore, ricordarsi che dietro il figlio che sfoggia comportamenti contestatori e oppositivi, si nasconde un ragazzo che maschera il suo dolore per non sentirsene oppresso. Spesso egli percepisce la sofferenza che vede intorno a sè, il disagio di vivere di chi lo circonda e per non sentirsene sconfitto si rifugia nel suo diritto a fare il bullo, a bere, a contestare. E’ compito dell’adulto trasmettere speranza e fiducia all’adolescente arrabbiato. Attraverso il comportamento del genitore, che mostra con la sua vita che il dolore non lo sommerge, il ragazzo potrà permettersi di provare empatia e desiderio di entrare in relazione genuina con l’altro.
Aiutare il figlio a crescere vuol dire anche insegnargli che il dolore esiste e fa parte integrante dell’esistenza umana, che va accettato ed espresso, ma ciò non impedisce la gioia, la realizzazione di sè, la sana e autentica relazione con l’altro. La capacità di mantenersi in piedi di fronte alle sofferenze e alle prove della vita è forse il dono più grande che un genitore possa fare ad un figlio: godere delle piccole e grandi opportunità che essa offre, con creatività e apertura, pur attraverso le prove e i momenti di difficoltà e di sofferenza.

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