La violenza psicologica: riconoscerla per uscirne fuori.

DSCN6317La violenza psicologica è subdola, si nasconde sotto le pieghe della normalità, ma è devastante per chi la deve sopportare. Bisogna saperla riconoscere, per non lasciare solo/a chi la subisce, occorre maggiore  solidarietà, leggi migliori e più efficaci.

La persona che fa violenza psicologica è capace di manipolare la realtà e stravolgerla, al punto da farti pensare che sei tu ad avere torto, a comportarti male,a sbagliare. Così viene accusata di essere ingiusta, insensibile, arrogante, o chissà che altro. La persona che usa violenza difficilmente farà fare autocritica o si guarderà dentro. Non ne è capace. La colpa è sempre degli altri, di chi non lo/a capisce, di chi si comporta male, di chi fa errori imperdonabili nei suoi confronti, a cui si reagisce sempre con rabbia e aggressività. Ogni parola, ogni frase può venire stravolta e manipolata, e la realtà a poco a poco viene messa in dubbio da chi subisce questi comportamenti, che finisce per chiedersi se è vero ciò di cui viene accusata/o. Per uscire fuori da questa spirale occorrono lucidità, autostima e la capacità di agire, di muoversi, di allontanarsi da ciò che fa male. Ma spesso la lucidità e l’autostima è proprio ciò che per primo viene minato, in situazioni di questo genere. Ci vuole coraggio, ci vuole forza, ma bisogna tirarlo fuori questo coraggio e bisogna, finalmente, imparare ad amarsi.

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La violenza psicologica: una storia di liberazione

Solo chi l’ha provato può sapere quanta paura possa fare uno sguardo. Una paura irragionevole e insensata, ma resistente e assurda. Una paura che impedisce di ragionare con lucidità, che succhia le energie, fino a farti ritrovare dissanguata, improvvisamente anemica e stanca.

La sola sua presenza la fa sentire incoerente e incomprensibile a se stessa. Silvia non si riconosce più. Percepisce confusamente che c’è qualcosa di sbagliato in questa relazione, ma non sa capire se l’errore è in se stessa, in lui o nella situazione.

Eppure ci prova. Con tutte le sue forze, ci prova. Con ostinazione, a denti stretti, cerca di farsi accettare, che farsi amare, quello no, farsi amare è troppo. Non le viene neanche più in mente, la possibilità di farsi amare. E’ forse un sogno coltivato in un’altra vita, in un altro tempo. Ora riesce solo a sentirsi  inadeguata e in errore, qualunque cosa faccia. Chi mai potrebbe amarla, se non riesce ad amarsi neanche lei stessa?

Eppure in alcuni momenti sembra che lui non possa vivere senza di lei. Allora Silvia si impietosisce, e rimane. Altre volte la fa sentire sporca e confusa. E Silvia si spaventa, e rimane.

Così i giorni passano, la sua energia si spegne ogni giorno di più, la voglia di vivere si esaurisce, si scioglie come la neve sotto l’acqua bollente.

Silvia sa che lui è una persona fragile, e in fondo al cuore sente un misto di pena e di compassione, che la fa resistere e la fa andare avanti, non si rende conto che sta affondando sempre di più in questa terra umida e fangosa.

Eppure il desiderio di amore è struggente, in fondo al cuore. Come una luce sottile, come un raggio che trafigge il cuore e fa male.

E continua il cammino, continua in questa strada tortuosa e stretta, asfissiante, dove non c’è più ossigeno e colore, dove si sente soffocare ogni giorno di più dal desiderio di possesso e dall’insicurezza di lui, che la rende sempre più sfiduciata e dubbiosa.

Poi, un giorno, Silva si permette di ascoltarsi.

Viene travolta dal dolore accumulato negli anni, un dolore che le fa venire la vertigine, che le sembra infinito. E si rende conto che potrebbe morire, per quel dolore.

Allora, inizia a camminare. Si rialza da terra, solleva la testa, e inizia ad osservare il mondo con occhi nuovi. Vede i fiori, assapora gusti nuovi e antichi profumi. Decide che deve muoversi.

Che deve andare.

Sarà un viaggio lungo e faticoso, per Silvia. Rimettere in moto i muscoli rattrappiti, iniziare a muoversi, a viaggiare nel sentiero della vita, dopo essersi fermati, quasi addormentati, come in un sonno senza sogni troppo simile alla morte. Lo è sempre, lo è per chiunque, è travolgente coma una fitta nel cuore ri-scoprire i desideri sepolti in fondo all’anima, riconquistare se stessi e riprendere in mano il proprio destino. Come un salto nel vuoto, aprire un portone chiuso da troppo tempo, senza sapere se al di là c’è un sentiero pieno di luce o una strada tortuosa e intricata di rovi.

Un percorso che richiede audacia e coraggio, la capacità di rialzarsi dopo le cadute, di ignorare  lo sgomento che afferra l’anima all’improvviso, per ri-centrarsi ogni volta dentro di sé, certi del proprio cammino e ri-focalizzare ogni volta il proprio obiettivo: la ri-conquista di sé.

Certi strappi, alcune volte, sono fondamentali. Come togliersi una vecchia pelliccia ammuffita che impedisce di respirare. Alcune volte, è necessario ritrovarsi nudi, a contatto con se stessi e con la propria pelle. Per riprendere il cammino con sguardo limpido e braccia aperte, per ritrovare la propria energia e finalmente ricoprirsi di colori e di vita.