La vulnerabilità, una risorsa preziosa

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La vulnerabilità: ne abbiamo paura, ci sembra un pericolo e spesso ce ne difendiamo, eppure è una risorsa preziosa che apre la strada dell’autenticità e della compassione.

Le emozioni talvolta ci assalgono, e alcune volte ci sembra di non poterle tollerare. La sensazione di non valere, per esempio, di non essere abbastanza bravo, bello, intelligente, in definitiva di non essere abbastanza,  è un sentimento che tutti abbiamo provato, contro il quale ciascuno di noi, a modo suo, in qualche momento della sua vita, ha combattuto. Il timore  di dimostraci fragili, di perdere  il sostegno di chi ci circonda e rimanere soli, è un sentimento comune. Queste emozioni, questi timori ci rendono vulnerabili, e spesso ce ne vergogniamo perché ci sentiamo fragili e indifesi.

Eppure spesso noi impariamo proprio dalle avversità e apprendiamo le migliori lezioni nel momento in cui accettiamo gli ostacoli che la vita ci mette davanti e abbassiamo le nostre difese.

Bisogna avere il coraggio di essere imperfetti, sostiene la ricercatrice Brene Brown, di accettarsi per ciò che si è e di accettare la propria vulnerabilità. Avere come obiettivo nella vita quello di mostrarsi perfetti, o essere perfetti, per essere amati, potrebbe effettivamente essere il più irraggiungibile degli obiettivi, oltre che causarci una frustrazione e una fatica infinite. Accettare la propria vulnerabilità e guardare con compassione (nel senso originale del termine, di patire-con) chi ci circonda, ci permette di restituire dignità e senso di appartenenza alla nostra vita.

Questo comporta avere il coraggio di abbandonare l’immagine ideale che abbiamo di noi e cercare di vivere autenticamente, cercando ogni momento della nostra vita di comprendere chi siamo e cosa desideriamo davvero.

Significa mostrare i nostri sentimenti con semplicità, dire “ti voglio bene”, investire in una relazione di amicizia o d’amore, proporsi per un lavoro anche se non si è per niente certi del risultato, fare una telefonata ad un amico  con cui non si parla da tanto, chiedere aiuto a qualcuno, accettando l’insicurezza, il timore di essere rifiutati o di fallire, in definitiva accettando la nostra fragilità come parte costitutiva del nostro essere uomini e donne.

Accettare la propria vulnerabilità significa accettare la trasformazione e la creatività, accettare di amare e di essere amati,  di farsi “toccare” dagli altri, di sentire la compassione,  l’amicizia, la commozione.

Significa anche accettare se stessi e il fatto che non siamo perfetti, che ci stanchiamo, che ci ammaliamo, che dobbiamo proteggerci e mettere dei limiti,  che dobbiamo dire di no e occuparci di noi, perchè noi siamo i primi a doverlo fare.

Accettare di essere vulnerabili, in fondo, è accettare di essere vivi. Di poter sbagliare e di poter rincominciare da capo, senza che questo diventi un dramma. Perché sopprimere i sentimenti negativi  semplicemente non è possibile: questi torneranno, sotto altri volti e altri nomi: ansia, attacchi di panico, depressione. Se cercheremo di soffocarli, torneranno ingigantiti, fino al punto che sembrerà esistano solo questi e nient’altro.

Sopprimere i sentimenti negativi significa, in fondo, nascondere la nostra umanità, privarci anche della possibilità di sperimentare la sorpresa, il rischio, la gioia, l’amore. Cercare di nascondere sotto una parvenza  di insensibilità la nostra paura di sbagliare e la nostra fragilità, ci rende in un certo senso ancora più fragili e ci allontana da noi stessi.

Perciò apriamoci a ciò che sentiamo dentro di noi. Ritroviamo il coraggio di dire: mi dispiace. Diciamo: ti voglio bene. E se abbiamo qualche problema, parliamone, chiediamo aiuto. E’ la nostra stessa umanità che ci porta a volte a essere fragili, dubbiosi, incerti. Lasciamoci andare alle emozioni, apriamoci agli altri e a noi stessi. Ritroviamo dentro di noi il coraggio di sbagliare e di rincominciare, proprio come sapevamo fare da bambini, prima che “l’educazione”ci trasformasse.

©2015 Maria Angela Corrias.All rights reserved

Il percorso psicologico nell’adozione

L’adozione si configura come un evento complesso, che consente a una coppia di diventare genitori di un figlio generato da un’altra donna, e con il quale il rapporto si creerà non sulla base di un’eredità biologica ma attraverso un investimento affettivo.

Si dice che l’adozione sia l’incontro di due mancanze: quella di un bambino senza genitori, e di una coppia che non può avere figli. Il desiderio di adottare, infatti, nasce da una limitazione biologica, la sterilità, che spinge la coppia a ricercare modi alternativi per soddisfare il proprio bisogno di avere bambini.

L’istituto dell’adozione, tuttavia, risponde fondamentalmente al bisogno del minore di vivere in una famiglia che lo accolga e lo ami e non a quello dei genitori di avere un figlio.

E’,infatti, diritto del bambino vivere con una mamma e un papà che sappiano curarlo, proteggerlo, dargli sicurezza e affetto. Un bambino adottato, inoltre, avrà bisogno di avere accanto due genitori che sappiano proporsi come figure in grado di aiutarlo a elaborare e riparare le ferite delle quali è portatore.

I coniugi che si avvicinano all’adozione dovranno perciò essere disposti a fare un percorso che li porterà ad approfondire le loro motivazioni, i loro desideri, e le zone d’ombra della loro vita.

Solo attraverso questa strada, infatti, saranno pronti ad accogliere e dare risposta ai bisogni di un bambino portatore di una storia dolorosa e spesso traumatica. Se non saranno stati in grado di risolvere le problematiche legate alla loro vita e alla loro storia, e a dare un senso al loro dolore, difficilmente saranno in grado di aiutare un figlio a risolvere le proprie e a sostenere la sua sofferenza.

La sterilità

La sterilità rappresenta sempre un evento traumaticoche mette in crisi e limita i propri progetti di vita. La scoperta di non poter avere figli destabilizza e costringe a dare un senso a ciò che è accaduto, a rivisitare la propria vita alla luce di una realtà imprevista e indesiderata. Essa si configura come una ferita narcisistica, che costringe a una ridefinizione di sè e della propria relazione con gli altri. Costringe a rinunciare al figlio senza volto e senza nome che ciascuno ha inconsciamente conservato dentro di sè. Per questo motivo la scoperta della sterilità si configura come un vero e proprio lutto, e come tale va affrontato.

L’elaborazione del lutto della sterilità è una fase indispensabile e imprescindibile nel percorso adottivo. Essa non viene affrontata ed elaborata una volta per tutte, ma si risolve poco per volta, in un percorso che può durare anni e proseguire anche dopo l’arrivo del figlio nella propria famiglia.

Saper gestire le emozioni e i sentimenti connessi a questo lutto, tuttavia, diventa un requisito indispensabile per poter dare risposta ai bisogni affettivi ed emotivi di un bambino che viene in casa con un bagaglio, spesso pesante, di traumi, dolori e privazioni.

Prima di essere genitori, si è persone.

Essere genitori è una delle condizioni che coinvolgono maggiormente l’essere umano. Vengono coinvolte componenti emotive, cognitive, psicologiche, affettive, comportamentali.

Essere genitore adottivo, in particolare, presuppone la disponibilità a mettersi in gioco profondamente, per essere in grado di costruire una relazione d’amore con un figlio nato da altri, aumentando la capacità di accogliere questo bambino con le sue caratteristiche di imprevedibilità e alterità, nelle quali spesso non riusciamo a riconoscerci e a identificarci.

La coppia

Come abbiamo visto, l’adozione si basa sul diritto fondamentale di un bambino ad avere una famiglia. La qualità della relazione di coppia costituisce un fattore fondamentale per una prognosi positiva nella relazione adottiva. Una coppia solida, abituata al dialogo e al confronto, capace di sostenersi, saprà fornire sufficiente stabilità ad un bambino che ha bisogno di costanza, sicurezza e molto amore.

Lavorare sulla relazione di coppia per renderla sempre più autentica e profonda, sarà tempo ben utilizzato, durante tutta la fase dell’attesa e dopo l’arrivo del figlio.

Le aspettative

Può capitare che esistano, da parte dei futuri genitori adottivi, aspettative eccessive riguardo il figlio. La coppia immagina un bambino consapevole del suo bisogno di ricevere cure e affetto, o relativamente facile da gestire. Anche quando mette in conto la comparsa di problematiche nella relazione con il figlio adottivo, ritiene di riuscire a superare le difficoltà in modi relativamente semplici.

Il bambino adottato invece arriva in famiglia con un vissuto di perdita che ha creato delle ferite emotive e mentali importanti.

E’ necessario che i genitori sappiano integrare le componenti emotive legate alla delusione e alla mancata soddisfazione delle fantasie e dei desideri, che sono legate, per lo più:

  1. alla fantasia che il genitore fa su di sé come educatore capace di risolvere magicamente le difficoltà della relazione educativa con il proprio figlio;

  2. all’immaginario che ciascun genitore si è formato rispetto alla personalità del bambino.

Il rischio è quello di sviluppare meccanismi di difesa legati all’evitamento del dolore e della delusione. Se i genitori riescono a integrare queste componenti nella loro vita possono aiutare il figlio a fare altrettanto. Anche lui infatti arriva in famiglia con una serie di fantasie conseguenti ai vissuti precedenti all’adozione e ad aspettative che potrebbero causargli frustrazione e ulteriore sofferenza.

Gli operatori rivestono, nella realtà dell’adozione, una importante risorsa per le famiglie e per i bambini. E’ importante che essi possano infatti incentivare lo sviluppo da parte dei genitori e del figlio adottivo di quei fattori di protezione che possono favorire una buona riuscita del percorso adottivo e l’integrazione del bambino nella nuova famiglia.