Sappiamo ascoltare i bambini?

bambino e domandaSapere che cosa vuole realmente l’altro da noi, da se stesso o dalla vita non è un dato che si può ottenere con poche domande. Sapere cosa realmente cerca la persona che ci sta accanto, di cosa davvero ha bisogno, necessita di un lungo percorso di conoscenza reciproca.  Sapere cosa si vuole da se stessi è un compito altrettanto difficile. Ci vuole tempo e coraggio per entrare nei meandri della propria anima, per scavare dentro di sé e abituarsi all’oscurità che spesso si incontra, proprio come fanno gli occhi quando entriamo in una stanza buia. Occorre avere il coraggio di fare piccoli passi senza sapere bene cosa si incontrerà, accettando il rischio della sorpresa e dell’incognita.

Cosa vuoi davvero? E’ una domanda che si rivolge inevitabilmente alla propria anima, una domanda che spesso vaga nella mente in attesa di ancorarsi a un’immagine o a una emozione, che ci permette lentamente di comprendere, come una lieve luce che si intravede in lontananza e che ci fa strada quando non sappiamo più dove andare.

Questa domanda tuttavia porta spesso ad avvicinare e contattare immagini e pensieri che albergano nella nostra mente e offuscano la nostra vista. Occorre saper fare le domande giuste, ma soprattutto imparare a guardare, ad ascoltare. Cosa cerchiamo quando ascoltiamo gli altri? Spesso abbiamo delle idee preconcette e nella nostra mente costruiamo previsioni rispetto a ciò che pensiamo di dover ascoltare. Abbiamo delle aspettative, e difficilmente ci apriamo davvero all’ascolto. Quando poi si tratta dei figli, le aspettative aumentano. Quando pensiamo di entrare in comunicazione con loro, crediamo di dover parlare, di dover riflettere, di dover pensare, di dover rispondere, e mentre il bambino parla la nostra mente lavora febbrilmente per preparare una risposta. Talvolta siamo così ansiosi di rispondere che addirittura lo interrompiamo. Ci dimentichiamo che dobbiamo, principalmente, e prima di ogni altra cosa, ASCOLTARE, col puro e semplice gusto di capire, di ricevere.

Ascoltare con la mente limpida e pulita, come fosse lavata da un’acqua di sorgente capace di eliminare scorie e sabbia, pensieri nascosti, giudizi, o pre-giudizi, che impediscono di capire davvero. Ascoltare significa saper fare il vuoto dentro di sé.  Avvicinarsi alla realtà dell’altro,  col desiderio e la disponibilità a di capirlo e conoscerlo davvero. Permettere a se stessi e a chi ci sta di fronte di farsi conoscere e di conoscersi, con il desiderio di rischiare, perché entrare in rapporto vero con qualcuno è sempre un’avventura. Occorre avere il coraggio di farsi coinvolgere, di lasciarsi cambiare, trasformare, mettersi in gioco. Di lasciarsi vedere, di esibire la propria fragilità e la propria incompiutezza.

Questo vale anche per i figli. Quando siamo con loro, troppo spesso non ci soffermiamo a osservarli e ascoltarli davvero. Eppure hanno così tanto bisogno di noi e del nostro ascolto. Poi figli si adattano, si adeguano al nostro silenzio, alla nostra distrazione e ad un certo punto si abituano, non ci chiedono più, non parlano più.

Ma quanto farebbe bene, a noi e a loro, ascoltare e prendere sul serio quello che nostro figlio ci dice. Ascoltare senza pensare di dover correggere o aggiustare, ma con il puro gusto di sapere. Come se dovessimo assaporare un  frutto che non conosciamo e di cui non abbiamo idea. Dolce, morbido, lievemente acidulo alla fine. O forse dal sapore forte e ingombrante, aspro come il limone. Non lo sapremo finché non decideremo di rischiare, di metterlo nelle nostre labbra, lasciarlo un po’ nella lingua e muoverlo nella bocca  gustandone il sapore.

Solitamente quando ascoltiamo pensiamo di farlo con assoluta apertura, ma troppo spesso inganniamo noi stessi. Molte volte infatti stiamo ascoltando il nostro dialogo interno, le parole che ci diciamo nella nostra mente incessantemente. Ascoltiamo, o pensiamo di farlo, ma siamo più concentrati a pensare alla nostra risposta, alle nostre opinioni,  alle nostre idee. Così finiamo per replicare prima ancora di aver ascoltato, o senza aver capito davvero quello che l’altro sta cercando di comunicarci. Spesso siamo interessati alle nostre emozioni e non a quelle dell’altro, alla nostra paura, alla nostra rabbia, alla nostra ansia, al nostro desiderio di risolvere subito e senza dover pensare, o penare.

Per ascoltare davvero occorre che ci mettiamo all’altezza di ci sta comunicando. Quante volte invece pensiamo di essere al di sopra dei nostri figli: ci sentiamo più saggi, più intelligenti, più maturi.  Pensiamo di avere da dire e pensiamo che l’altro non ci possa dire niente di importante, niente di così fondamentale. In fondo, cosa potrà mai comunicarci? È solo un bambino. Così, spesso prima che abbia finito di parlare, diamo risposte banali o semplicistiche pensando che lui o lei non possano capire niente di più, o perché l’ansia ci ha travolto e abbiamo dovuto per forza dire quello che avevamo in mente in quel momento. E dimentichiamo il rispetto, l’apertura, la sacralità dell’altro.  La capacità di aprirci, di entrare in relazione vera e profonda, rimane ancorata in un angolo della nostra anima, incapace di venir fuori, di farsi conoscere persino da noi stessi.

Restituiamo valore ai nostri figli: li vediamo piccoli, fragili e nel nostro immaginario pensiamo di dover loro insegnare cosa devono fare  ed essere nella vita, riteniamo forse in buona fede che questo sia in fondo il nostro compito di genitori, mentre niente è tanto lontano dalla realtà. Consideriamo che loro sono già degli essere umani completi; potrebbe costarci fatica accettare questa idea. I nostri figli come esseri umani completi, mentre abbiamo tanto spesso l’idea di doverli riempire di concetti e di regole, quasi come fossero piccole imperfezioni della natura. O  esseri da modellare e plasmare.

Forgiarli come fossero oggetti informi, ancora incapaci di capire e di pensare. Come se noi fossimo coloro che sanno e che possono e devono decidere sulla vita degli altri.

I bambini hanno bisogno di conferme, di limiti e di no detti al momento giusto e nel modo giusto, è vero. Hanno bisogno di conoscere il mondo e i valori che ci muovono, il perché delle cose. Ma hanno altrettanto bisogno di sperimentare e comprendere il rispetto e l’attenzione per l’altro e per se stessi, hanno bisogno di imparare ad ascoltarsi, a saper leggere la vita nel volto di chi li circonda, di imparare la gioia e la fatica, la bellezza e l’impegno. La delusione no, sarà la vita stessa, purtroppo, inevitabilmente, ad insegnarla. Trasmettere ai nostri figli la delusione del non sentirsi ascoltati e accettati non è compito nostro. La percezione che la loro vita valga poco rispetto a chi è più grande di lui o rispetto a chi ha autorità, non è tema da  mostrare a un bambino. L’attenzione e la cura per l’essere vivente, il rispetto per l’altro, anche naturalmente e certamente per chi è più grande e adulto, ma anche nei confronti del compagno di classe o del barbone che vive al margine della strada, nei confronti di chiunque, qualunque aspetto abbia, quello si, è compito nostro. E se non lo faremo, sarà la vita a chiederci poi, un giorno, il conto.

 

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Appendimento e affettività: quale relazione?

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Per un bambino adottato e per qualunque bambino che ha dentro di sé delle zone buie e ancora irrisolte, l’apprendimento può diventare impegnativo e più complesso di quanto ci si possa aspettare. Tralasciando le problematiche legate ad eventuali problemi cognitivi e di sviluppo, di cui possono essere portatori i bambini adottati (che verranno trattati in un secondo momento), in questo articolo affronterò come l’affettività possa influire nei processi di apprendimento. Buon anno scolastico!

La modalità attraverso cui noi approcciamo il mondo viene costruita nei primi anni di vita, nelle prime relazioni che abbiamo con le persone che si prendono cura di noi. Un bambino ha bisogno di una figura che svolga la funziona materna, legata alla sicurezza in se stessi e nel mondo e di una che rappresenti la funzione paterna, legata all’interiorizzazione del dovere e al confronto con la realtà. Queste due funzioni non sono più necessariamente svolte una dalla madre e una dal padre, anche se per lo più continua ancora oggi ad essere così.

La madre trasmette quello che viene definito il codice materno, caratterizzato dall’accoglienza e dal contenimento. Il bambino, accanto alla madre, si sente protetto e acquisisce sicurezza e fiducia in sé, la madre è come l’ancora a cui aggrapparsi quando le acque diventano tumultuose, il petto cui rifugiarsi quando si sente il bisogno di un appoggio. La funzione materna infatti è connessa al contenimento uterino, alla sensazione di protezione e di riparo che questo ci dà, alla certezza che niente di male possa accadere.

Il codice paterno è invece quello che aiuta a uscire dall’utero e ad affrontare il mondo. Non è casuale il fatto che sia il padre a dare il proprio cognome al figlio: è lui infatti colui che costruisce l’identità del figlio di fronte al mondo, che lo conduce alla vita, che lo presenta alla società. Il padre è colui che aiuta il bambino ad affrontare le fatiche, ad andare avanti nonostante le difficoltà e gli imprevisti, a confrontarsi con se stesso, con le sue risorse e a superare i suoi limiti, infine a osare, a prendere iniziative anche in situazioni nuove e poco chiare, ad aprirsi al mondo e a gestire il conflitto in modo equilibrato.

La mancanza della figura paterna, o per lo meno di una persona che ne svolga adeguatamente la funzione, potrebbe portare a difficoltà nell’acquisizione della capacità di mettersi alla prova e sostenere le frustrazioni e la fatica che la vita inevitabilmente comporta. Entrambe le funzioni sono importanti e la mancanza di una delle due può provocare fragilità e carenze anche dal punto di vista comportamentale.

Padre e madre, insieme, forniscono la sicurezza che il mondo è qualcosa di gestibile, che si possiedono le risorse per camminare lungo il sentiero della vita con serenità e coraggio. Quando qualcosa si interrompe in questo percorso, può nascere una difficoltà, un impedimento, un problema.

Un bambino adottato deve ricostruire dentro di sé entrambe le figure genitoriali, perché nessuno fino al momento dell’adozione le ha svolte nei suoi confronti. Il bambino adottato o traumatizzato ha bisogno di costruire l’immagine di un papà e una mamma che riescano ad aiutarlo a sostenere e a elaborare tutto ciò che ha dentro, a costruire un pensiero e una riflessione su ciò che è accaduto, ma anche di sentirsi dire che è importante, che vale, che è amato. E’ probabile infatti che non abbia avuto accanto delle figure che lo abbiano assistito amorevolmente quando era ammalato, cantato le canzoncine, coccolato quando era triste, dato sicurezza e stabilità. E’ probabile che non si sia stato aiutato ad andare avanti, a superare le difficoltà e, altro aspetto importante, a gestire il conflitto. Allora può accadere che l’unico modo per affrontare il conflitto con l’autorità diventi quello di agirlo con aggressività, con forme di ribellione, oppure di chiudersi con paura e suscettibilità. Entrambi gli atteggiamenti sono inadeguati, evidentemente, ma per un bambino adottato spesso sono gli unici che ha imparato. Occorre pazienza, fermezza e rispetto per insegnargli una modalità differente di comportamento, e naturalmente, tempo. Come sempre, nelle questioni educative, ci vuole tempo.

E’ per questo che gli operatori consigliano di posticipare l’ingresso a scuola del bambino adottato anche di diversi mesi: il bambino ha bisogno di ricostruire dentro di sé l’immagine materna e paterna, come di persone su cui lui possa avere fiducia, ha bisogno di formarsi un concetto di stabilità familiare, prima di affrontare l’aula scolastica. Su questi temi più operativi ci soffermeremo in un altro articolo, dove questi aspetti verranno approfonditi con maggiori dettagli. E’ importante però sottolineare alcuni punti, che se non vengono affrontati nei modi corretti, possono provocare conseguenze spiacevoli nello sviluppo e nelle capacità di affrontare gli apprendimenti e le regole scolastiche.

Nel percorso della vita niente viene perduto di ciò che viviamo: tutto rimane dentro di noi. Possiamo però elaborare e risolvere, le ferite possono cicatrizzarsi e diventare pensieri su cui costruire un significato, un senso, un perché.

La modalità attraverso le quali vengono vissute le relazioni durante l’infanzia e le caratteristiche che queste relazioni hanno, diventano strutturanti per la personalità del bambino. Le sue esperienze infantili, infatti, si organizzeranno in modelli operativi interni, cioè rappresentazioni del mondo, scenari immaginari che ci facciamo sulla vita e sulle relazioni con gli altri. Queste immagini mentali si struttureranno in modi di pensare alla realtà, di reagire alle esperienze che verranno fatte lungo la vita e che caratterizzeranno la personalità futura del ragazzo o della ragazza. E’ il modo in cui noi pensiamo al mondo e alla realtà, che condiziona il nostro comportamento. Se io imparo che posso fidarmi del mondo perché sono amato, vado incontro alla vita con fiducia, mi sentirò disponibile nei confronti degli altri, sarò fiduciosa perché so che tutto sommato la vita è bella e io ho le risorse per affrontarla, avrò voglia di conoscere e di esplorare il mondo e di affrontare le novità. L’esplorazione infatti è strettamente collegata al desiderio di conoscere e alla capacità di acquisire nuovi apprendimenti.

Noi diventiamo quello che siamo grazie alle esperienze che abbiamo fatto. Non solo il fatto di essere o no amati, ma il modo in cui veniamo amati o accuditi ci condiziona e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri e alla realtà che ci circonda.

Se io imparo che la realtà è un potenziale pericolo da cui devo proteggermi, con che spirito imparerò la lezione o le cose nuove che l’insegnante cercherà di insegnarmi? Che tipo di approccio avrò nei confronti della vita?

Il bambino adottato è portatore, sempre e in ogni caso, di sofferenze legate alla separazione dalla figura materna e a esperienze di vita pregresse, a qualunque età sia avvenuta la perdita delle figure genitoriali e a qualunque età sia avvenuta l’adozione. Viene minata la capacità di fidarsi dell’altro, la stabilità emotiva, la capacità di tollerare la frustrazione e la separazione e la capacità di stabilire relazioni di attaccamento funzionali e sicure. Arriva nella famiglia in una situazione di immaturità psicoaffettiva che costituisce un impedimento per un ottimale inserimento scolastico, se esso avviene prematuramente e in maniera inadeguata alle sue necessità profonde. E’ questo il motivo per cui spesso si consiglia di inserirlo in una classe inferiore rispetto alla sua età cronologica.

Quando arriva nella famiglia adottiva, dunque, il bambino ha dentro di sé tante domande irrisolte, uno stato di smarrimento e confusione che gli impedisce di apprendere nuovi contenuti: la sua testa è piena di domande, di pensieri, più spesso inconsapevoli, che gli impediscono di essere disponibili a nuovi apprendimenti: non abbiamo fatto tutti noi esperienza di quanto sia difficile apprendere qualcosa quando siamo confusi, smarriti, addolorati?

Il bambino adottato, come qualunque bambino traumatizzato, ha bisogno di costruire un pensiero sulla sua storia e sulle sue esperienze di vita, dando un senso ha ciò che gli è accaduto. Deve poter ritrovare la fiducia in se stesso e nel mondo attraverso la relazione positiva con l’adulto.

Attraverso questa relazione il bambino imparerà a riappropriarsi delle emozioni che per tanto tempo ha dovuto negare e nascondere anche a se stesso e a riacquistare la necessaria autostima e serenità per affrontare le nuove informazioni e i nuovi apprendimenti che la vita e la scuola gli metteranno a disposizione.

Il gioco e i giocattoli. Come giocare con i propri figli e perchè.

Day 100 - Orange Toy (CC BY 2.0) by DaGoaty

Day 100 – Orange Toy (CC BY 2.0) by DaGoaty

Il gioco svolge per ogni bambino una funzione essenziale nello sviluppo della sua personalità ed è il modo più semplice e diretto per entrare in comunicazione con lui.

Questo articolo spiega l’importanza del gioco, le difficoltà che potrebbe avere il bambino adottivo in proposito ed il ruolo di aiuto e incoraggiamento che possono e devono esercitare i genitori.

Attraverso il gioco il bambino arricchisce la sua conoscenza del mondo, impara a conoscersi e a prendere contatto con il suo mondo interiore, esprime se stesso, impara a tollerare vissuti ed emozioni, ad accettarne il carattere spesso ambivalente, a capire come gestirle e a non farsi spaventare da esse.

Il bambino non è in grado di spiegare agli altri e a se stesso ciò che prova. Giocando, egli costruisce scenari immaginari, li popola di personaggi che rappresentano varie espressioni di sé.  Così il bambino che gioca con i suoi eroi preferiti, affronta la sua aggressività e impara a gestirla e la bambina che accudisce la bambola o la sgrida per qualche marachella rivive le emozioni sperimentate nel rapporto con i genitori.

Giocando, il bambino non mette in scena gli episodi in sé, ma li rivive con la risonanza emotiva che questi episodi hanno scatenato in lui. Il genitore che osserva il gioco del figlio può aiutarlo a sdrammatizzare i suoi vissuti e a inserire l’avvenimento in un contesto rassicurante e accettabile. Può, per esempio, con attenzione e delicatezza per non invadere troppo lo spazio del figlio, entrare nel gioco facendo la parte di una terza persona (la nonna, una zia, ma mai se stesso!), che lo aiuti ad accettare le emozioni che sta inscenando e che in questo modo lo rassicuri.

L’importanza della figura dei genitori nel gioco del bambino.
Il bambino impara a costruire il gioco se può usufruire della presenza amorevole di un adulto che gioca con lui. Il gioco, infatti, si sviluppa nell’essere umano come il linguaggio: un sordo, pur avendone le capacità, non riuscirà a parlare, esattamente come un bambino che non ha mai goduto della figura di un adulto significativo non imparerà a giocare.

l bambini adottati, per esempio, spesso, non hanno avuto accanto a sé persone che gli hanno insegnato a giocare. Hanno ricevuto scarse stimolazioni, non sanno utilizzare la fantasia e l’immaginazione e fanno spesso giochi ripetitivi e monotoni (possono trascorrere ore aprendo e chiudendo un cassetto o una scatola). Nella famiglia che lo accoglierà, avrà bisogno di recuperare il tempo perduto e lasciarsi andare, fidandosi, del proprio mondo interiore e delle proprie fantasie. Attraverso il gioco libero e la sicurezza che l’adulto gli trasmette, il bambino può imparare a prendere contatto con se stesso esprimendo i suoi sentimenti e mettere le basi per costruire una relazione fiduciosa con gli adulti.

I genitori che giocano e scherzano con il loro bambino gli forniscono insegnamenti fondamentali per la sua crescita e il suo sviluppo. L’adulto dà sicurezza, permette al figlio di avvicinarsi alle parti più intime di se stesso e di dare un nome alle sue emozioni, aiutandolo a non averne paura e ad affrontarle. Il bambino, con l’aiuto del genitore che accoglie e dà voce ai desideri, alle paure, ai timori, alle gioie del figlio, che accetta come legittime le sue emozioni e gliele restituisce verbalizzandole, impara a comprenderle, ad accettarle, a sopportarle e a comunicarle agli altri. Acquisisce inoltre la sicurezza di essere importante per i suoi genitori e del valore che il gioco e le sue attività hanno per loro. Attraverso gli innumerevoli momenti trascorsi insieme, consolida la certezza che il gioco ha un valore e perciò si sente legittimato a continuare anche da solo. I genitori che giocano con i loro figli insegnano al bambino nuovi collegamenti e nuove possibilità, dando legittimità alla creatività e favorendo lo sviluppo dell’immaginazione e della fantasia.

E’ bene sapere che per un bambino tutto può avere il sapore del gioco:  abbracci, manipolazioni, scherzi, racconti….. Non è necessario inventare sempre e solo momenti strutturati, per insegnare al bambino a giocare: il momento del pranzo, il bagno, la passeggiata in un bosco con la mamma e il papà, un film visto insieme e commentato, se svolti in un clima sereno, allegro e comunicativo, hanno, come momenti di gioco, la funzione di crescita e costruzione della sua personalità. E’ importante che il genitore si lasci coinvolgere dal gioco del bambino, permettendogli di decidere e di scegliere come giocare e lasciandosi guidare dai desideri e dalle attività del figlio.

Giocattoli
I bambini piccoli conoscono il mondo toccandolo. Per questo quando sono piccoli, hanno bisogno di giochi semplici e non strutturati: gomitoli di lana, oggetti di uso comune, palline, pezzi di stoffa, carte colorate, chiavi, animaletti, bambolotti, camion, borsellini. Il fatto stesso di manipolare un oggetto è per un bambino un gioco. La mamma o il papà possono stargli accanto nominandoli e descrivendoli, per esempio  dicendo “E’ una palla verde, vedi come rotola…”. Gli oggetti, i giocattoli e i giochi iniziano infatti ad avere un senso per il bambino dal momento in cui sono inseriti in un contesto di relazione con un genitore o con un adulto che si occupi di lui.

Fino ai cinque anni un bambino si diverte molto con giochi di costruzione e con tutto ciò che può montare e ricostruire: pupazzi trasformabili e smontabili, lego, costruzioni di legno, puzzle ma anche marionette. Sia un maschio che una femmina, avrebbero bisogno di avere macchinine, palloni da gonfiare, palle di gomma, bambolotti.

Per quanto riguarda la scelta dei giocattoli, andate un giorno con lui in un negozio di giocattoli, in un orario in cui non ci siano molti clienti e osservatelo mentre gira fra gli scaffali, per capire cosa gli piace davvero, su cosa si sofferma. Non intervenite, non commentate e non consigliatelo. Dapprima sarà confuso, cercherà di toccare tutto e girerà per il negozio come se si trovasse nel paese del Bengodi, poi mano a mano sarà attirato da quello che più gli piace.

L’acqua
I giochi d’acqua hanno un eccezionale potere calmante per i bambini. Fategli indossare un grembiule di plastica, mettete in un luogo della casa, dove non vi preoccupi un po’ d’acqua per terra, una bacinella piena d’acqua con un telo sotto, metteteci barchette, pupazzetti, imbuti, bicchieri di plastica e pazienza se si bagnano o ne rovesciano un po’. Questo tipo di gioco potrebbe durare ore e potrebbe avere un effetto miracoloso.

I giochi aggressivi
I bambini spesso mettono in scena giochi aggressivi che talvolta i genitori cercano di scoraggiare. E’ bene che i genitori sappiano che per un bambino affrontare le sue pulsioni aggressive è una necessità e che questo lo aiuterà col tempo a saperle gestire e  a non averne paura. Impedire ai propri figli di sperimentare questo tipo di giochi non neutralizza i sentimenti di rabbia che essi cercano di esprimere, ma rendono tali sentimenti proibiti e colpevoli.

Osservate vostro figlio quando gioca.
E’ importante per l’adulto osservare il gioco del bambino, perché attraverso di esso si può comprendere molto del suo vissuto e delle sue emozioni. Il bambino attraverso il gioco manifesta i suoi disagi, il suo bisogno di attenzione e di affetto, le difficoltà di relazione con i compagni, la modalità che utilizza per affrontare i problemi.

Consigli in pillole per giocare meglio.
– Giocate con i vostri figli con gioia.
Il gioco non deve essere un dovere, ma un piacere sia per il figlio sia per il genitore. Se il bambino è adottato, è probabile che non abbia imparato il senso del gioco e che abbia avuto poche occasioni per giocare. Avrà bisogno di maggiore disponibilità e condivisione, sia per costruire la relazione con voi, sia per imparare a giocare. Ma non è gratificante giocare con una persona distratta, che continua a guardare l’orologio o la televisione. I bambini sono piccoli, ma attenti e sensibili, spesso molto più di noi!

– Qualunque gioco va bene per un bambino, basta che lui abbia voglia di farlo.
Giochi di ruolo, in cui si rappresentano episodi vissuti nella vita reale (la spesa, la visita dal medico, la scuola) o di movimento, le battaglie con i soldatini, i puzzle, i trucchi, le costruzioni, ma anche giochi in scatola  (ci sono giochi che si possono fare in due e per qualunque età), l’importante è ricordarsi che fino all’età della scuola elementare (dieci anni circa) il bambino ha bisogno nel gioco di sviluppare la fantasia, per cui è bene limitare, per esempio, il tempo destinato ai  giochi elettronici.

– Non per vincere ma per il gusto di giocare!
Il bambino impara, attraverso il gioco, a capire che la sconfitta, anche se sgradevole, è una condizione che si può accettare e con la quale si può convivere. Attraverso il gioco, il bambino impara che può farcela, nonostante le temporanee sconfitte e i primi fallimenti, capisce inoltre che se insiste,  mettendosi alla prova, alla fine ottiene il risultato sperato.

– Fiducia nei confronti di vostro figlio.
Non sostituitevi a lui mentre sta giocando. Se lo vedete in difficoltà, aspettate che sia lui a chiedervi aiuto. I bambini hanno bisogno di potersi concentrare sul gioco e di avere tempo a loro disposizione per superare gli ostacoli e raggiungere gli obiettivi. Se l’adulto interviene per aiutarlo o gli mette fretta perché consegua lo scopo, il bambino potrebbe scoraggiarsi e non avere lo stimolo per andare avanti da solo.

Ma ciò che è davvero importante è trovare dentro di sé la disponibilità a ritornare bambini, a divertirsi con i propri figli, a scoprire il piacere di stare insieme e di lasciarsi guidare, nel mondo del gioco, da loro con creatività e divertimento!

 

Un nuovo inizio. I primi tempi col figlio adottivo

8359737450_a08a6f0df0-300x199L’attesa è lunga, sembra non avere fine. Poi, finalmente, arriva una telefonata. Lui -o lei- ha un volto, un nome. I sogni si moltiplicano, in un mondo fatto di fantasie, dubbi, desideri. Quando avviene l’incontro, però, non sempre tutto fila liscio. Le emozioni sono travolgenti e i comportamenti di questo bambino tanto atteso e già tanto amato possono sconcertare. Eppure bisogna rispondergli subito, fare qualcosa, non ci si può pensare su, chiedere aiuto, leggere un libro. Il bambino non aspetta, ha bisogno, lui si, di risposte. Per esempio di sapere che sarà accettato così com’è, di essere certo che non verrà abbandonato di nuovo, di potersi fidare.

Allora, che fare?
In questa fase le indecisioni sono tante, i dubbi pure. Si ha paura di sbagliare, di reagire troppo bruscamente, di non essere abbastanza fermi o abbastanza affettuosi. Si ha paura di non essere “abbastanza”. Eppure alcuni semplici accorgimenti possono aiutare i neo genitori ad accompagnare nel modo migliore i primi passi del loro piccolo nella nuova famiglia. Pur tenendo presente che ogni situazione è differente e va valutata singolarmente, con le sue specifiche caratteristiche e peculiarità, proverò a fornire alcuni brevi suggerimenti che per necessità saranno generici e non esaustivi.
Essi potranno tuttavia, o almeno lo spero, alleggerire il compito dei genitori, soprattutto nel primo periodo di convivenza.

• Può accadere che il bambino, soprattutto se non è piccolissimo, non voglia essere abbracciato o toccato, preoccupando i genitori che vorrebbero dimostrare al piccolo il loro affetto e la loro vicinanza. Questi comportamenti possono essere dettati da una comprensibile paura, ma anche da abitudini differenti, odori inusuali (il nostro corpo ha un odore che può essere disturbante per un bambino piccolo di un’altra etnia), o magari solo da un modo diverso di toccare e di stringere. Di solito sono comportamenti che si normalizzano col tempo, ma intanto è bene in questo primo periodo rispettare il suo eventuale bisogno di mantenere la distanza, limitando il contatto fisico a gesti brevi e non invasivi, mantenendo un atteggiamento rassicurante e affettuoso. Un viso sorridente, gesti calmi, un tono di voce caldo, lievi tocchi sulla spalla, gli permetteranno con il trascorrere dei giorni di rilassarsi e sentirsi a suo agio nel nuovo ambiente e con le nuove persone che gli sono toccate in sorte, che diventeranno poi genitori felici di un bambino sereno.

• Naturalmente sarà molto più gratificante un bambino che manifesti il suo bisogno di coccole e di sicurezza, che vuole essere tenuto in braccio costantemente, anche se questo comportamento, come spesso accade, potrebbe essere rivolto solo a uno dei due genitori. Il bambino dunque potrebbe manifestare il bisogno di vicinanza e di contatto fisico solo con uno dei due genitori, mettendo l’altro in difficoltà e lasciandolo frustrato e deluso. Occorre tanta pazienza, avvicinarsi con discrezione, mantenere un atteggiamento rassicurante e il sorriso, controllare la propria frustrazione. In questo modo la sua diffidenza, mano a mano, diminuirà, e la situazione si normalizzerà.

Gli stimoli con i quali il bambino viene in contatto possono essere molto differenti da quelli a cui è abituato. Filtrare e decodificare adeguatamente gli stimoli uditivi (suoni, voci, una lingua che non conosce), propriocettivi (un modo di essere accudito differente da quello a cui è abituato), sensoriali (odori, sapori, colori diversi, giochi nuovi) può essere difficile, il bambino può esserne infastidito e entrare in confusione. Tenete conto degli eventuali comportamenti di rifiuto o di irritazione senza preoccuparvi eccessivamente, cercate se possibile, durante questi primi periodi, di esporlo gradatamente agli stimoli nuovi. Vedrete che anche questo comportamento passerà col tempo.

Un codice di comportamento condiviso favorisce la convivenza pacifica e armoniosa di un gruppo, sia esso una famiglia, un gruppo di amici, una classe. Tutti noi, compreso i bambini adottati, abbiamo bisogno di conoscere regole, divieti e abitudini, che cambiano a seconda dell’età (ciò che è permesso a un bambino di due anni non lo è a un ragazzino di 13), del sesso, dell’ambiente nel quale ci si trova (in un parco giochi si rimane sconcertati da un bambino che trascorre il tempo seduto a leggere, mentre lo stesso comportamento viene richiesto, per esempio, a scuola). Talvolta è complicato per il bambino comprendere e introiettare tali modelli, e lo è ancora di più se il bambino proviene da un’altra cultura o da un ambiente totalmente differente. È bene dunque essere chiari e precisi il più possibile nella definizione di una regola, che va spiegata, possibilmente motivata in modo semplice e per lui (o lei) comprensibile, e soprattutto, mantenuta.

L’adozione è un percorso che si compie insieme: la famiglia (genitori ed eventuali altri figli già presenti) devono adottare il piccolo arrivato, ma anche lui deve adottare loro. Questo non è sempre facile, per entrambi. Tuttavia, mentre la coppia ha fatto un percorso di maturazione e conoscenza di sé, il piccolo si trova il più delle volte inserito in una realtà che non conosce, di cui ha forse visto qualche foto o qualche video, ma senza la consapevolezza di cosa questo possa significare davvero per lui nella sua vita. Tutto è nuovo, e lo è per sempre. Tenere presente questa realtà, cercare di “indossare i suoi panni”, comprendere le sue emozioni e le sue paure aiuta anche i genitori a non farsi scoraggiare da quelle prime fasi intense e turbolenti che sono i primi giorni con il figlio.

Ogni bambino ha il diritto, insindacabile, di essere accolto in una famiglia che sappia amarlo e accettarlo nelle sue peculiarità e nella sua diversità. Ha bisogno di una coppia sana, che sappia dialogare e avere il desiderio di realizzare insieme un progetto di vita costruito a “più mani”. Lavorare perché il rapporto coniugale sia solido, perché si mantengano il dialogo, la collaborazione reciproca, la solidarietà, sono aspetti che la coppia non dovrebbe dimenticare mai, per non dare mai nulla per scontato anche negli anni futuri, quando la quotidianità potrebbe diventare noia e abitudine. I figli hanno bisogno di due genitori che si amino e sappiano accompagnarsi a vicenda nella vita, che sappiano trasmettere loro i valori di una famiglia coesa e vitale.

Potreste avere la tendenza a comprargli tanti giochi, nel tentativo di colmare le privazioni nelle quali ha vissuto fino a quel momento. Può capitare anche che sia lui, preso dalla confusione, a chiedere di comprargli tutto ciò che vede. Ricordatevi tuttavia che il suo bisogno è soprattutto di giocare, non quello di possedere giocattoli. Spesso basta poco, ma è necessario il desiderio di tornare un po’ bambini e di divertirsi con lui.

• Dormire, mangiare, andare a spasso, possono diventare problematici i primi tempi: il bambino può avere abitudini diverse, sia alimentari che per quanto riguarda l’addormentamento. Avervi accanto, prima di addormentarsi, e qualche coccola possono rassicurarlo, senza che questo debba significare che lo state “viziando”. Potrebbe sembrare ingordo, mangiare tutto ciò che vede, ed è comprensibile che lo faccia, date le probabili carenze alimentari che, specie i bambini stranieri, hanno dovuto subire nella loro vita. Aiutatelo durante il primo periodo con voi evitando di riempire il frigorifero in maniera eccessiva per evitare che senta il bisogno di svuotarlo, servendogli porzioni piccole sul piatto (eventualmente chiederà il bis, se proprio continua ad aver fame) e rassicuratelo mano a mano che il tempo passa sul fatto che da ora in poi ci sarà sempre cibo e affetto a sufficienza.

• Infine, un consiglio adatto a qualunque genitore di qualunque bambino: aiutatelo, quando la comprensione del linguaggio sarà sufficiente, e per gli anni a venire, a comprendere ciò che gli accade e a prevedere i cambiamenti che avverranno nella loro giornata e nella loro vita. Informatelo in maniera dettagliata e precisa, descrivendogli ciò che accadrà e fornendogli particolari che lo aiuteranno a organizzarsi e ad avere un maggior controllo sulla sua vita.

Il sonno nei bambini

giorgiaVostro figlio è appena nato, è la vostra gioia, ma… non dorme mai! Oppure ha scambiato il giorno per la notte, e voi siete esausti? Come fare?
Uno dei problemi più frequenti che le mamme di un bambino di pochi mesi incontrano è causato dalla mancanza di sonno e dalla stanchezza: il figlio talvolta non dorme né di giorno né di notte, o trascorre la notte giocando e il giorno dormendo. Quest situazione talvolta può durare anche per diversi anni, e impedisce ai genitori di raggiungere un minimo di ore di sonno sufficienti per riposarsi e affrontare le fatiche della giornata in modo sereno. In questo articolo verrà spiegato il funzionamento del sonno di un bambino e illustrate le possibili soluzioni che i genitori possono utilizzare per aiutare il loro figlio a regolare il ritmo sonno veglia.

I ritmi che regolano il sonno di un bambino sono totalmente differenti da quelli di un adulto. I bambini piccoli hanno un sonno caratterizzato da tempi molto più brevi rispetto al nostro, e organizzati lungo il giorno e la notte. Non distinguono il giorno dalla notte, come tutti i genitori di un bambino piccolo sanno molto bene. Tutto ciò è assolutamente normale. Inoltre, far dormire un bambino che non ne ha voglia è un’impresa sfiancante e inefficace. Dare consigli riguardo al sonno di un bambino, dunque, appare piuttosto difficile. Se un bambino non vuole dormire, non ci saranno azioni adatte a convincerlo. E’ possibile tuttavia cercare di dare qualche suggerimento che potrebbe (dico potrebbe) migliorare la qualità e la durata del sonno del bimbo e la qualità della vita dei genitori.
Il sonno non è uguale durante tutta la notte. Esso attraversa varie fasi, che vanno da un momento iniziale di sonno leggero, durante il quale gli stimoli esterni possono facilmente svegliarci, a un sonno più profondo, per ritornare a un sonno leggero e a brevi momenti di risveglio che si intervallano durante la notte. Di solito questi risvegli non sono avvertiti, un adulto si riprende a dormire con una certa facilità, tanto che la mattina dopo sono completamente dimenticati. Per un bambino invece questi risvegli possono essere più impegnativi: egli vorrebbe riprendere a dormire ma non sa come fare. Spesso il bambino si addormenta in braccio ai genitori, e si risveglia nel suo lettino, senza avere il minimo ricordo di come ci è arrivato.

In questo articolo cercherò di dare delle indicazioni in proposito, nella speranza che i genitori esausti possano trovare quella che appare più adatta alla loro situazione e a quella del loro bambino.

LA DURATA DEL SONNO DI UN BAMBINO
Il bisogno di dormire di un bambino può essere diverso caso per caso, esattamente come per l’adulto. Normalmente, tuttavia, la durata delle ore di un bimbo passa dalle 16 ore di un neonato, alle 11 di un bambino di circa cinque anni. Un bambino molto piccolo tuttavia farà brevi sonnellini durante la giornata, e non riuscirà a dormire per più di cinque ore consecutive. Quando un bambino si addormenta alle nove e si sveglia alle due è perché ha dormito tutta la notte!

RISVEGLI NOTTURNI
Fate attenzione, durante la notte, ai rumori che fa vostro figlio. I neonati mentre dormono spesso fanno rumori che fanno pensare a un risveglio, ma non è detto che sia così. Se vi accorgete che il bambino sta dormendo, lasciate che riprenda il ritmo da solo, non accorrete subito per prenderlo in braccio o coccolarlo. Anche se si trattasse di un piccolo risveglio è importante che trovi da solo la maniera di auto consolarsi. Se invece piange con una certa energia (e vi accorgerete della differenza!) è meglio che andiate subito da lui e lo accudiate. E’ più facile che dopo si riaddormenti serenamente se non urlerà a squarciagola perché voi l’avete lasciato piangere.

E’ inevitabile che il bambino vi svegli molte volte durante la notte. Cercate di affrontare questi risvegli nel modo più sereno possibile e non prendetevela con lui se vi sveglia. L’irritazione è inutile e dannosa e innervosisce anche il piccolo.
Se riuscite, potreste tentare di andare da lui quando è sveglio ma ancora non ha iniziato a piangere, e rassicurarlo senza prenderlo in braccio, parlandogli a voce bassa e lentamente, dicendogli frasi rassicuranti. Ripetete spesso le frasi da dirgli e utilizzatele solo la notte, incomincerà ad associare ciò che gli dite con il momento notturno.
Una proposta sul passaggio dal prenderlo in braccio ogni volta che si sveglia e lasciarlo nel lettino più a lungo viene descritto nel libro di Elisabeth Pantley “Fai la nanna senza lacrime”.
Prendetelo perciò solo quando è sveglio. Non lasciatelo piangere nel lettino da solo! Fatelo con dolcezza, cullatelo, dategli da mangiare, e provate a rimetterlo nel lettino quando non è totalmente addormentato. Può essere che ci vogliano molti tentativi, ma alla fine saranno sempre meno e la cosa sarà sempre più facile.
Potreste allestire uno spazio tutto per voi da utilizzare durante la notte, in modo che anche per voi il risveglio sia un momento sereno: una sedia a dondolo se l’avete, una poltrona, cuscini comodi, un tavolino con fazzoletti, una lampada con una luce morbida, biberon e tutto ciò che può esservi utile.

LA FAME
Un neonato si sveglia il più delle volte perché ha fame. Dopo circa quattro o cinque ore, per un bimbo di pochi mesi tutto ciò è assolutamente normale. La cosa migliore da fare, in questo caso, è proprio quella di dargli da mangiare. Può essere che la notte mangi semiaddormentato, e se viene allattato al seno si riaddormenti dopo aver ciucciato pochi minuti, senza aver mangiato a sufficienza. E’ naturale dunque che si svegli dopo poche ore. Se riuscite, fategli fare una poppata completa, dormirà probabilmente più a lungo.

I CONSIGLI DEGLI AMICI “ESPERTI”
Tutti cercheranno di darvi consigli a proposito del sonno, del cibo, dell’abbigliamento, dei giochi, ecc. Il mio suggerimento invece è: informatevi! Leggete dei libri, parlate con persone competenti (medici, psicologi). La mamma che ha avuto più figli non sempre è quella più adatta a risolvere i vostri problemi.
Di fronte a queste situazioni ritengo che la cosa migliore sia quella di ascoltare tutti, ringraziare con gentilezza, e poi fare di testa propria. Solo voi trascorrete la notte con il vostro piccolo.

QUALCHE TRUCCO PER UN BAMBINO PICCOLO
Se il vostro è un bambino che si addormenta in braccio, continuate pure a farlo. Poi però, quando si è addormentato, mettetelo nel suo lettino. Spesso questi bambini sono molto sensibili, si svegliano appena cambia la temperatura o a causa del riflesso di Moro (il bambino allarga le braccia e si sveglia di soprassalto quando viene appoggiato al letto). Se succede così, provate ad avvolgerlo con un lenzuolino mentre è fra le vostre braccia, può essere che questo stratagemma lo aiuti a non svegliarsi Quando lo rimettete a letto, mantenete il contatto con le vostre braccia ancora per un po’, e cullatelo.

LE BRUTTE ABITUDINI
Talvolta capita che i genitori, per cercare di favorire il sonno, permettano al figlio di dormire lungo tempo in braccio, o di addormentarsi mentre succhiano seno o biberon. Queste sono abitudini dure da togliere. E’ naturale che il bimbo poi faccia fatica ad adattarsi a modalità differenti!

Cercate di metterlo a letto quando non è ancora profondamente addormentato, ma nel momento in cui è nella fase iniziale del sonno. Se non si addormenta e protesta, provate a parlargli, a rassicurarlo, e se proprio è necessario, riprendetelo in braccio e riprovate. Non ha senso lasciarlo piangere nel lettino da solo.

DISTINGUERE IL GIORNO DALLA NOTTE
Può essere utile fare in modo di aiutarlo a distinguere il sonno diurno da quello notturno, per favorire il passaggio ad un sonno più lungo durante la notte.
Potreste per esempio far precedere il sonno notturno da qualche rituale che si ripeta tutti i giorni: un bagnetto o un pigiamino, una canzoncina particolare, delle parole utilizzate solo la sera.
Se ne avete la possibilità potrebbe essere utile durante il giorno farlo dormire in due lettini differenti, o farlo stare in una stanza illuminata dove può sentire i rumori della casa.
La notte, se si sveglia per bere con il biberon, cercate di tenere tutto pronto, in modo che il bambino non si debba svegliare del tutto e possa riaddormentarsi appena ha finito la poppata. Parlategli a voce bassa, con frasi brevi, fate movimenti lenti, tenete luci soffuse. In questo modo inizierà a differenziare il sonno notturno da quello diurno.

I SONNELLINI DIURNI
Se il bambino tende a dormire troppo durante il giorno potrebbe essere utile fare in modo che i sonnellini diurni siano più brevi, provando a svegliarlo nel momento in cui passa alla fase leggera del sonno. Se dorme profondamente sarà molto difficile svegliarlo e in ogni caso sarebbe per il piccolo un momento molto sgradevole, ma quando il sonno è più leggero potreste riuscirci. Fatelo comunque con dolcezza e coccole. Qualche massaggino, un cambio di pannolino, un po’ di carezze della mamma potrebbero aiutarlo a svegliarsi in modo sereno.

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