Appendimento e affettività: quale relazione?

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Per un bambino adottato e per qualunque bambino che ha dentro di sé delle zone buie e ancora irrisolte, l’apprendimento può diventare impegnativo e più complesso di quanto ci si possa aspettare. Tralasciando le problematiche legate ad eventuali problemi cognitivi e di sviluppo, di cui possono essere portatori i bambini adottati (che verranno trattati in un secondo momento), in questo articolo affronterò come l’affettività possa influire nei processi di apprendimento. Buon anno scolastico!

La modalità attraverso cui noi approcciamo il mondo viene costruita nei primi anni di vita, nelle prime relazioni che abbiamo con le persone che si prendono cura di noi. Un bambino ha bisogno di una figura che svolga la funziona materna, legata alla sicurezza in se stessi e nel mondo e di una che rappresenti la funzione paterna, legata all’interiorizzazione del dovere e al confronto con la realtà. Queste due funzioni non sono più necessariamente svolte una dalla madre e una dal padre, anche se per lo più continua ancora oggi ad essere così.

La madre trasmette quello che viene definito il codice materno, caratterizzato dall’accoglienza e dal contenimento. Il bambino, accanto alla madre, si sente protetto e acquisisce sicurezza e fiducia in sé, la madre è come l’ancora a cui aggrapparsi quando le acque diventano tumultuose, il petto cui rifugiarsi quando si sente il bisogno di un appoggio. La funzione materna infatti è connessa al contenimento uterino, alla sensazione di protezione e di riparo che questo ci dà, alla certezza che niente di male possa accadere.

Il codice paterno è invece quello che aiuta a uscire dall’utero e ad affrontare il mondo. Non è casuale il fatto che sia il padre a dare il proprio cognome al figlio: è lui infatti colui che costruisce l’identità del figlio di fronte al mondo, che lo conduce alla vita, che lo presenta alla società. Il padre è colui che aiuta il bambino ad affrontare le fatiche, ad andare avanti nonostante le difficoltà e gli imprevisti, a confrontarsi con se stesso, con le sue risorse e a superare i suoi limiti, infine a osare, a prendere iniziative anche in situazioni nuove e poco chiare, ad aprirsi al mondo e a gestire il conflitto in modo equilibrato.

La mancanza della figura paterna, o per lo meno di una persona che ne svolga adeguatamente la funzione, potrebbe portare a difficoltà nell’acquisizione della capacità di mettersi alla prova e sostenere le frustrazioni e la fatica che la vita inevitabilmente comporta. Entrambe le funzioni sono importanti e la mancanza di una delle due può provocare fragilità e carenze anche dal punto di vista comportamentale.

Padre e madre, insieme, forniscono la sicurezza che il mondo è qualcosa di gestibile, che si possiedono le risorse per camminare lungo il sentiero della vita con serenità e coraggio. Quando qualcosa si interrompe in questo percorso, può nascere una difficoltà, un impedimento, un problema.

Un bambino adottato deve ricostruire dentro di sé entrambe le figure genitoriali, perché nessuno fino al momento dell’adozione le ha svolte nei suoi confronti. Il bambino adottato o traumatizzato ha bisogno di costruire l’immagine di un papà e una mamma che riescano ad aiutarlo a sostenere e a elaborare tutto ciò che ha dentro, a costruire un pensiero e una riflessione su ciò che è accaduto, ma anche di sentirsi dire che è importante, che vale, che è amato. E’ probabile infatti che non abbia avuto accanto delle figure che lo abbiano assistito amorevolmente quando era ammalato, cantato le canzoncine, coccolato quando era triste, dato sicurezza e stabilità. E’ probabile che non si sia stato aiutato ad andare avanti, a superare le difficoltà e, altro aspetto importante, a gestire il conflitto. Allora può accadere che l’unico modo per affrontare il conflitto con l’autorità diventi quello di agirlo con aggressività, con forme di ribellione, oppure di chiudersi con paura e suscettibilità. Entrambi gli atteggiamenti sono inadeguati, evidentemente, ma per un bambino adottato spesso sono gli unici che ha imparato. Occorre pazienza, fermezza e rispetto per insegnargli una modalità differente di comportamento, e naturalmente, tempo. Come sempre, nelle questioni educative, ci vuole tempo.

E’ per questo che gli operatori consigliano di posticipare l’ingresso a scuola del bambino adottato anche di diversi mesi: il bambino ha bisogno di ricostruire dentro di sé l’immagine materna e paterna, come di persone su cui lui possa avere fiducia, ha bisogno di formarsi un concetto di stabilità familiare, prima di affrontare l’aula scolastica. Su questi temi più operativi ci soffermeremo in un altro articolo, dove questi aspetti verranno approfonditi con maggiori dettagli. E’ importante però sottolineare alcuni punti, che se non vengono affrontati nei modi corretti, possono provocare conseguenze spiacevoli nello sviluppo e nelle capacità di affrontare gli apprendimenti e le regole scolastiche.

Nel percorso della vita niente viene perduto di ciò che viviamo: tutto rimane dentro di noi. Possiamo però elaborare e risolvere, le ferite possono cicatrizzarsi e diventare pensieri su cui costruire un significato, un senso, un perché.

La modalità attraverso le quali vengono vissute le relazioni durante l’infanzia e le caratteristiche che queste relazioni hanno, diventano strutturanti per la personalità del bambino. Le sue esperienze infantili, infatti, si organizzeranno in modelli operativi interni, cioè rappresentazioni del mondo, scenari immaginari che ci facciamo sulla vita e sulle relazioni con gli altri. Queste immagini mentali si struttureranno in modi di pensare alla realtà, di reagire alle esperienze che verranno fatte lungo la vita e che caratterizzeranno la personalità futura del ragazzo o della ragazza. E’ il modo in cui noi pensiamo al mondo e alla realtà, che condiziona il nostro comportamento. Se io imparo che posso fidarmi del mondo perché sono amato, vado incontro alla vita con fiducia, mi sentirò disponibile nei confronti degli altri, sarò fiduciosa perché so che tutto sommato la vita è bella e io ho le risorse per affrontarla, avrò voglia di conoscere e di esplorare il mondo e di affrontare le novità. L’esplorazione infatti è strettamente collegata al desiderio di conoscere e alla capacità di acquisire nuovi apprendimenti.

Noi diventiamo quello che siamo grazie alle esperienze che abbiamo fatto. Non solo il fatto di essere o no amati, ma il modo in cui veniamo amati o accuditi ci condiziona e condiziona il modo in cui ci avviciniamo agli altri e alla realtà che ci circonda.

Se io imparo che la realtà è un potenziale pericolo da cui devo proteggermi, con che spirito imparerò la lezione o le cose nuove che l’insegnante cercherà di insegnarmi? Che tipo di approccio avrò nei confronti della vita?

Il bambino adottato è portatore, sempre e in ogni caso, di sofferenze legate alla separazione dalla figura materna e a esperienze di vita pregresse, a qualunque età sia avvenuta la perdita delle figure genitoriali e a qualunque età sia avvenuta l’adozione. Viene minata la capacità di fidarsi dell’altro, la stabilità emotiva, la capacità di tollerare la frustrazione e la separazione e la capacità di stabilire relazioni di attaccamento funzionali e sicure. Arriva nella famiglia in una situazione di immaturità psicoaffettiva che costituisce un impedimento per un ottimale inserimento scolastico, se esso avviene prematuramente e in maniera inadeguata alle sue necessità profonde. E’ questo il motivo per cui spesso si consiglia di inserirlo in una classe inferiore rispetto alla sua età cronologica.

Quando arriva nella famiglia adottiva, dunque, il bambino ha dentro di sé tante domande irrisolte, uno stato di smarrimento e confusione che gli impedisce di apprendere nuovi contenuti: la sua testa è piena di domande, di pensieri, più spesso inconsapevoli, che gli impediscono di essere disponibili a nuovi apprendimenti: non abbiamo fatto tutti noi esperienza di quanto sia difficile apprendere qualcosa quando siamo confusi, smarriti, addolorati?

Il bambino adottato, come qualunque bambino traumatizzato, ha bisogno di costruire un pensiero sulla sua storia e sulle sue esperienze di vita, dando un senso ha ciò che gli è accaduto. Deve poter ritrovare la fiducia in se stesso e nel mondo attraverso la relazione positiva con l’adulto.

Attraverso questa relazione il bambino imparerà a riappropriarsi delle emozioni che per tanto tempo ha dovuto negare e nascondere anche a se stesso e a riacquistare la necessaria autostima e serenità per affrontare le nuove informazioni e i nuovi apprendimenti che la vita e la scuola gli metteranno a disposizione.

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Un nuovo inizio. I primi tempi col figlio adottivo

8359737450_a08a6f0df0-300x199L’attesa è lunga, sembra non avere fine. Poi, finalmente, arriva una telefonata. Lui -o lei- ha un volto, un nome. I sogni si moltiplicano, in un mondo fatto di fantasie, dubbi, desideri. Quando avviene l’incontro, però, non sempre tutto fila liscio. Le emozioni sono travolgenti e i comportamenti di questo bambino tanto atteso e già tanto amato possono sconcertare. Eppure bisogna rispondergli subito, fare qualcosa, non ci si può pensare su, chiedere aiuto, leggere un libro. Il bambino non aspetta, ha bisogno, lui si, di risposte. Per esempio di sapere che sarà accettato così com’è, di essere certo che non verrà abbandonato di nuovo, di potersi fidare.

Allora, che fare?
In questa fase le indecisioni sono tante, i dubbi pure. Si ha paura di sbagliare, di reagire troppo bruscamente, di non essere abbastanza fermi o abbastanza affettuosi. Si ha paura di non essere “abbastanza”. Eppure alcuni semplici accorgimenti possono aiutare i neo genitori ad accompagnare nel modo migliore i primi passi del loro piccolo nella nuova famiglia. Pur tenendo presente che ogni situazione è differente e va valutata singolarmente, con le sue specifiche caratteristiche e peculiarità, proverò a fornire alcuni brevi suggerimenti che per necessità saranno generici e non esaustivi.
Essi potranno tuttavia, o almeno lo spero, alleggerire il compito dei genitori, soprattutto nel primo periodo di convivenza.

• Può accadere che il bambino, soprattutto se non è piccolissimo, non voglia essere abbracciato o toccato, preoccupando i genitori che vorrebbero dimostrare al piccolo il loro affetto e la loro vicinanza. Questi comportamenti possono essere dettati da una comprensibile paura, ma anche da abitudini differenti, odori inusuali (il nostro corpo ha un odore che può essere disturbante per un bambino piccolo di un’altra etnia), o magari solo da un modo diverso di toccare e di stringere. Di solito sono comportamenti che si normalizzano col tempo, ma intanto è bene in questo primo periodo rispettare il suo eventuale bisogno di mantenere la distanza, limitando il contatto fisico a gesti brevi e non invasivi, mantenendo un atteggiamento rassicurante e affettuoso. Un viso sorridente, gesti calmi, un tono di voce caldo, lievi tocchi sulla spalla, gli permetteranno con il trascorrere dei giorni di rilassarsi e sentirsi a suo agio nel nuovo ambiente e con le nuove persone che gli sono toccate in sorte, che diventeranno poi genitori felici di un bambino sereno.

• Naturalmente sarà molto più gratificante un bambino che manifesti il suo bisogno di coccole e di sicurezza, che vuole essere tenuto in braccio costantemente, anche se questo comportamento, come spesso accade, potrebbe essere rivolto solo a uno dei due genitori. Il bambino dunque potrebbe manifestare il bisogno di vicinanza e di contatto fisico solo con uno dei due genitori, mettendo l’altro in difficoltà e lasciandolo frustrato e deluso. Occorre tanta pazienza, avvicinarsi con discrezione, mantenere un atteggiamento rassicurante e il sorriso, controllare la propria frustrazione. In questo modo la sua diffidenza, mano a mano, diminuirà, e la situazione si normalizzerà.

Gli stimoli con i quali il bambino viene in contatto possono essere molto differenti da quelli a cui è abituato. Filtrare e decodificare adeguatamente gli stimoli uditivi (suoni, voci, una lingua che non conosce), propriocettivi (un modo di essere accudito differente da quello a cui è abituato), sensoriali (odori, sapori, colori diversi, giochi nuovi) può essere difficile, il bambino può esserne infastidito e entrare in confusione. Tenete conto degli eventuali comportamenti di rifiuto o di irritazione senza preoccuparvi eccessivamente, cercate se possibile, durante questi primi periodi, di esporlo gradatamente agli stimoli nuovi. Vedrete che anche questo comportamento passerà col tempo.

Un codice di comportamento condiviso favorisce la convivenza pacifica e armoniosa di un gruppo, sia esso una famiglia, un gruppo di amici, una classe. Tutti noi, compreso i bambini adottati, abbiamo bisogno di conoscere regole, divieti e abitudini, che cambiano a seconda dell’età (ciò che è permesso a un bambino di due anni non lo è a un ragazzino di 13), del sesso, dell’ambiente nel quale ci si trova (in un parco giochi si rimane sconcertati da un bambino che trascorre il tempo seduto a leggere, mentre lo stesso comportamento viene richiesto, per esempio, a scuola). Talvolta è complicato per il bambino comprendere e introiettare tali modelli, e lo è ancora di più se il bambino proviene da un’altra cultura o da un ambiente totalmente differente. È bene dunque essere chiari e precisi il più possibile nella definizione di una regola, che va spiegata, possibilmente motivata in modo semplice e per lui (o lei) comprensibile, e soprattutto, mantenuta.

L’adozione è un percorso che si compie insieme: la famiglia (genitori ed eventuali altri figli già presenti) devono adottare il piccolo arrivato, ma anche lui deve adottare loro. Questo non è sempre facile, per entrambi. Tuttavia, mentre la coppia ha fatto un percorso di maturazione e conoscenza di sé, il piccolo si trova il più delle volte inserito in una realtà che non conosce, di cui ha forse visto qualche foto o qualche video, ma senza la consapevolezza di cosa questo possa significare davvero per lui nella sua vita. Tutto è nuovo, e lo è per sempre. Tenere presente questa realtà, cercare di “indossare i suoi panni”, comprendere le sue emozioni e le sue paure aiuta anche i genitori a non farsi scoraggiare da quelle prime fasi intense e turbolenti che sono i primi giorni con il figlio.

Ogni bambino ha il diritto, insindacabile, di essere accolto in una famiglia che sappia amarlo e accettarlo nelle sue peculiarità e nella sua diversità. Ha bisogno di una coppia sana, che sappia dialogare e avere il desiderio di realizzare insieme un progetto di vita costruito a “più mani”. Lavorare perché il rapporto coniugale sia solido, perché si mantengano il dialogo, la collaborazione reciproca, la solidarietà, sono aspetti che la coppia non dovrebbe dimenticare mai, per non dare mai nulla per scontato anche negli anni futuri, quando la quotidianità potrebbe diventare noia e abitudine. I figli hanno bisogno di due genitori che si amino e sappiano accompagnarsi a vicenda nella vita, che sappiano trasmettere loro i valori di una famiglia coesa e vitale.

Potreste avere la tendenza a comprargli tanti giochi, nel tentativo di colmare le privazioni nelle quali ha vissuto fino a quel momento. Può capitare anche che sia lui, preso dalla confusione, a chiedere di comprargli tutto ciò che vede. Ricordatevi tuttavia che il suo bisogno è soprattutto di giocare, non quello di possedere giocattoli. Spesso basta poco, ma è necessario il desiderio di tornare un po’ bambini e di divertirsi con lui.

• Dormire, mangiare, andare a spasso, possono diventare problematici i primi tempi: il bambino può avere abitudini diverse, sia alimentari che per quanto riguarda l’addormentamento. Avervi accanto, prima di addormentarsi, e qualche coccola possono rassicurarlo, senza che questo debba significare che lo state “viziando”. Potrebbe sembrare ingordo, mangiare tutto ciò che vede, ed è comprensibile che lo faccia, date le probabili carenze alimentari che, specie i bambini stranieri, hanno dovuto subire nella loro vita. Aiutatelo durante il primo periodo con voi evitando di riempire il frigorifero in maniera eccessiva per evitare che senta il bisogno di svuotarlo, servendogli porzioni piccole sul piatto (eventualmente chiederà il bis, se proprio continua ad aver fame) e rassicuratelo mano a mano che il tempo passa sul fatto che da ora in poi ci sarà sempre cibo e affetto a sufficienza.

• Infine, un consiglio adatto a qualunque genitore di qualunque bambino: aiutatelo, quando la comprensione del linguaggio sarà sufficiente, e per gli anni a venire, a comprendere ciò che gli accade e a prevedere i cambiamenti che avverranno nella loro giornata e nella loro vita. Informatelo in maniera dettagliata e precisa, descrivendogli ciò che accadrà e fornendogli particolari che lo aiuteranno a organizzarsi e ad avere un maggior controllo sulla sua vita.

La seconda adozione

I genitori che hanno già adottato un bambino spesso desiderano procedere con una seconda adozione. Durante il percorso vengono riattivati emozioni e vissuti già affrontati dalla coppia durante la prima, che vanno ulteriormente analizzati. In questo caso, inoltre, nella famiglia è già presente un figlio che ha storia e bisogni specifici. La necessità di ristabilire nuovi equilibri, faticosamente raggiunti con il primo bambino, porta alla necessità di rielaborazioni specifiche e differenti rispetto a quelle già vissute precedentemente.

Le motivazioni che spingono i coniugi a questa scelta possono essere varie:

Vogliono realizzare il loro progetto di vita, che comprende la presenza di più figli nella loro famiglia.
Hanno avuto un’esperienza positiva con il primo bambino e vogliono ripeterla.
Desiderano dare un fratellino al primo figlio.

Tali motivazioni andranno valutate a fondo: nell’apparente desiderio del bambino di avere un fratello, per esempio, spesso sono nascosti desideri irrealistici e paure inconfessate, che se non tenute presenti potranno rendere problematica l’accettazione da parte sua nei confronti del fratello.

Le problematiche che i coniugi si troveranno ad affrontare sono perciò legate, in particolare, ai vissuti che il primo figlio potrà sperimentare all’arrivo del fratellino e alla sua capacità di sostenere i cambiamenti che avverranno nella sua vita.
I genitori dovranno essere aiutati, dagli operatori, a prevedere le difficoltà che il bambino dovrà superare, anche nel caso in cui ci sia da parte sua il desiderio manifesto di avere un fratello.
Anche il piccolo, infatti, dovrà affrontare le fatiche legate all’accoglienza di un bambino, con il quale sarà chiamato a creare una relazione fraterna, e alla creazione di un senso di appartenenza senza potersi riconoscere come simile e senza avere con lui alcun legame biologico.

La seconda adozione presenta per il figlio già presente in famiglia, una serie di complessità:

L’attesa non ha dei tempi prevedibili (tra l’altro il bambino, fino a una certa età, ha un concetto del tempo imperfetto e comunque diverso dal nostro), e certamente durerà molto più dei nove mesi previsti per una gravidanza biologica.
La possibilità di riconoscere il bambino che verrà come suo fratello, non sarà legata alla somiglianza fisica. Egli dovrà fare lo sforzo di superare il pensiero “concreto”, spesso in una fase durante la quale la dimensione simbolica ancora non è stata raggiunta.
Perderà la relazione esclusiva con i suoi genitori e dovrà dividere lo spazio, il tempo e gli oggetti con un altro bambino che sarà presente in famiglia sempre, e per sempre.
Verranno riattivati in lui i vissuti abbandonici, certamente non ancora superati, e dovrà andare insieme ai genitori nel paese di origine del fratello, spesso lo stesso paese nel quale è nato ed è avvenuta la perdita dei genitori biologici.
Avrà aspettative nei confronti del fratellino (possibilità di giocare insieme a lui, per es) probabilmente poco realizzabili. E’ facile infatti che il bambino abbia un’età diversa da quella che lui immagina, altri bisogni, magari un sesso diverso da quello che lui si aspetta.
Avrà probabilmente una serie di timori che farà fatica a esprimere, legati al motivo per cui i genitori possono aver desiderato un altro bambino. Potrebbe pensare di averli delusi o di non averli soddisfatti fino in fondo. Ricordiamoci che un bambino adottato si porta dietro un’insicurezza di fondo, legata alla sua storia, che potrà superare nel tempo me che può essere riattivata in alcuni momenti cruciali della sua vita.

Durante la fase dell’attesa i genitori, in collaborazione con gli operatori che seguono la famiglia, hanno il compito di:

Rassicurare i figli sulla possibilità di esprimere liberamente i loro timori e le fantasie che li preoccupano.
Contenere le ansie dei figli e le loro paure.
Aiutarli a ristrutturare gli scenari che si prefigurano conducendoli a una dimensione più realistica e nello stesso tempo rassicurante.
Aiutare i figli a comprendere nel concreto come cambierà la vita della famiglia all’arrivo del fratellino.
Capire le sue aspettative e le fantasie, che se non ridimensionate, potrebbero essere fonti di ulteriori delusioni (il bambino per esempio potrebbe avere l’immagine di un bambino con il quale fare gli stessi giochi che fa con un amico, o di un bambino al quale far fare tutto ciò che lui desidera).

L’arrivo di un altro figlio può certamente essere una ricchezza, ma può presentarsi come una fatica per il bambino già presente. Se genitori e operatori sapranno collaborare per favorire il maggior benessere possibile di entrambi, la seconda adozione potrà costituirsi come una risorsa e un’opportunità per rinsaldare i legami e donare vitalità e gioia a tutta la famiglia.

Il percorso psicologico nell’adozione

L’adozione si configura come un evento complesso, che consente a una coppia di diventare genitori di un figlio generato da un’altra donna, e con il quale il rapporto si creerà non sulla base di un’eredità biologica ma attraverso un investimento affettivo.

Si dice che l’adozione sia l’incontro di due mancanze: quella di un bambino senza genitori, e di una coppia che non può avere figli. Il desiderio di adottare, infatti, nasce da una limitazione biologica, la sterilità, che spinge la coppia a ricercare modi alternativi per soddisfare il proprio bisogno di avere bambini.

L’istituto dell’adozione, tuttavia, risponde fondamentalmente al bisogno del minore di vivere in una famiglia che lo accolga e lo ami e non a quello dei genitori di avere un figlio.

E’,infatti, diritto del bambino vivere con una mamma e un papà che sappiano curarlo, proteggerlo, dargli sicurezza e affetto. Un bambino adottato, inoltre, avrà bisogno di avere accanto due genitori che sappiano proporsi come figure in grado di aiutarlo a elaborare e riparare le ferite delle quali è portatore.

I coniugi che si avvicinano all’adozione dovranno perciò essere disposti a fare un percorso che li porterà ad approfondire le loro motivazioni, i loro desideri, e le zone d’ombra della loro vita.

Solo attraverso questa strada, infatti, saranno pronti ad accogliere e dare risposta ai bisogni di un bambino portatore di una storia dolorosa e spesso traumatica. Se non saranno stati in grado di risolvere le problematiche legate alla loro vita e alla loro storia, e a dare un senso al loro dolore, difficilmente saranno in grado di aiutare un figlio a risolvere le proprie e a sostenere la sua sofferenza.

La sterilità

La sterilità rappresenta sempre un evento traumaticoche mette in crisi e limita i propri progetti di vita. La scoperta di non poter avere figli destabilizza e costringe a dare un senso a ciò che è accaduto, a rivisitare la propria vita alla luce di una realtà imprevista e indesiderata. Essa si configura come una ferita narcisistica, che costringe a una ridefinizione di sè e della propria relazione con gli altri. Costringe a rinunciare al figlio senza volto e senza nome che ciascuno ha inconsciamente conservato dentro di sè. Per questo motivo la scoperta della sterilità si configura come un vero e proprio lutto, e come tale va affrontato.

L’elaborazione del lutto della sterilità è una fase indispensabile e imprescindibile nel percorso adottivo. Essa non viene affrontata ed elaborata una volta per tutte, ma si risolve poco per volta, in un percorso che può durare anni e proseguire anche dopo l’arrivo del figlio nella propria famiglia.

Saper gestire le emozioni e i sentimenti connessi a questo lutto, tuttavia, diventa un requisito indispensabile per poter dare risposta ai bisogni affettivi ed emotivi di un bambino che viene in casa con un bagaglio, spesso pesante, di traumi, dolori e privazioni.

Prima di essere genitori, si è persone.

Essere genitori è una delle condizioni che coinvolgono maggiormente l’essere umano. Vengono coinvolte componenti emotive, cognitive, psicologiche, affettive, comportamentali.

Essere genitore adottivo, in particolare, presuppone la disponibilità a mettersi in gioco profondamente, per essere in grado di costruire una relazione d’amore con un figlio nato da altri, aumentando la capacità di accogliere questo bambino con le sue caratteristiche di imprevedibilità e alterità, nelle quali spesso non riusciamo a riconoscerci e a identificarci.

La coppia

Come abbiamo visto, l’adozione si basa sul diritto fondamentale di un bambino ad avere una famiglia. La qualità della relazione di coppia costituisce un fattore fondamentale per una prognosi positiva nella relazione adottiva. Una coppia solida, abituata al dialogo e al confronto, capace di sostenersi, saprà fornire sufficiente stabilità ad un bambino che ha bisogno di costanza, sicurezza e molto amore.

Lavorare sulla relazione di coppia per renderla sempre più autentica e profonda, sarà tempo ben utilizzato, durante tutta la fase dell’attesa e dopo l’arrivo del figlio.

Le aspettative

Può capitare che esistano, da parte dei futuri genitori adottivi, aspettative eccessive riguardo il figlio. La coppia immagina un bambino consapevole del suo bisogno di ricevere cure e affetto, o relativamente facile da gestire. Anche quando mette in conto la comparsa di problematiche nella relazione con il figlio adottivo, ritiene di riuscire a superare le difficoltà in modi relativamente semplici.

Il bambino adottato invece arriva in famiglia con un vissuto di perdita che ha creato delle ferite emotive e mentali importanti.

E’ necessario che i genitori sappiano integrare le componenti emotive legate alla delusione e alla mancata soddisfazione delle fantasie e dei desideri, che sono legate, per lo più:

  1. alla fantasia che il genitore fa su di sé come educatore capace di risolvere magicamente le difficoltà della relazione educativa con il proprio figlio;

  2. all’immaginario che ciascun genitore si è formato rispetto alla personalità del bambino.

Il rischio è quello di sviluppare meccanismi di difesa legati all’evitamento del dolore e della delusione. Se i genitori riescono a integrare queste componenti nella loro vita possono aiutare il figlio a fare altrettanto. Anche lui infatti arriva in famiglia con una serie di fantasie conseguenti ai vissuti precedenti all’adozione e ad aspettative che potrebbero causargli frustrazione e ulteriore sofferenza.

Gli operatori rivestono, nella realtà dell’adozione, una importante risorsa per le famiglie e per i bambini. E’ importante che essi possano infatti incentivare lo sviluppo da parte dei genitori e del figlio adottivo di quei fattori di protezione che possono favorire una buona riuscita del percorso adottivo e l’integrazione del bambino nella nuova famiglia.

Chi è il bambino adottivo

L’abbandono.
Il bambino adottato, inserendosi nella famiglia adottiva, porta con sé un bagaglio di esperienze che l’hanno formato e ne condizioneranno lo sviluppo futuro. Egli, infatti, ha vissuto uno dei traumi più importanti che un bambino possa sperimentare: la perdita delle figure primarie di accudimento, che avrebbero dovuto costituire per lui, per diritto biologico, garanzia di sicurezza e protezione.

Questa perdita può essere stata primaria (il bambino è stato abbandonato alla nascita e non ha avuto la possibilità di sviluppare una relazione di attaccamento con la figura materna) o secondaria (il bambino ha vissuto per un certo periodo con la mamma e ne è stato allontanato in seguito). Ogni situazione è diversa dall’altra e le conseguenze di tali avvenimenti saranno più o meno gravi a seconda che il bambino abbia avuto o no la possibilità di instaurare un legame di attaccamento e di fiducia con la figura materna (o con altre figure primarie di accudimento).

Incapacità a dare un senso agli avvenimenti.
Il bambino è incapace di dare senso e significato alle vicende che gli sono accadute nella vita. L’impossibilità di esprimere in maniera efficace il dolore che porta dentro di sé, dolore che perciò ha la caratteristica di essere intraducibile, lo può portare a sviluppare comportamenti inadeguati rispetto alla realtà esterna, ma per lui necessari (crisi di rabbia, depressioni, rifiuti). Gli sfuggono i motivi che potrebbero aiutarlo a dare un senso a ciò che gli è accaduto. Egli inoltre non possiede una competenza linguistica e cognitiva, adatte a capire ed esprimere con pensieri e parole adeguate i suoi sentimenti. Il più delle volte penserà di essere responsabile di ciò che gli è accaduto. Penserà di essere cattivo e meritevole dell’abbandono e degli avvenimenti che gli sono capitati.

Se i genitori saranno stati in grado di elaborare in maniera adeguata il lutto della sterilità, inserendo quest’avvenimento doloroso in una cornice di senso, sapranno accogliere il vissuto del figlio e dare risposta al suo bisogno di capire il cosa e il perché gli sono accaduti determinati avvenimenti. E’ fondamentalmente di questo, infatti, che il bambino, ha bisogno.

Istituto.
Egli inoltre può aver vissuto per un certo periodo in un istituto, ha perciò sperimentato relazioni basate sulla legge del più forte, che hanno sviluppato in lui la capacità di difendersi spesso con strumenti che risultano sproporzionati o inadatti in una diversa situazione sociale.

Il maltrattamento.
Il bambino può essere stato sottoposto, da parte dei genitori, a un comportamento violento, gravemente trascurante, maltrattante e a volte abusante. Al bambino adottato il più delle volte, sono mancati gli abbracci, le cure, le coccole, il nutrimento, la pulizia: insomma gli è mancata la sicurezza di avere qualcuno che si prendeva cura di lui e ha dovuto, a un certo punto, contare solo su se stesso. Si trova perciò solo e indifeso, in balia delle emozioni e dei vissuti difficili che porta con sé, senza aver acquisito una sufficiente fiducia in qualcuno, che gli permetta di sentirsi accolto e rassicurato.

C’è da notare che qualunque forma d’incuria o di trascuratezza, può per il bambino essere percepita come un evento minaccioso che può avere conseguenze per la sua sopravvivenza e si può configurare come una violenza e un trauma. Questo potrà strutturarsi nella sua personalità con le caratteristiche di un disturbo post traumatico da stress, i cui sintomi possono essere vari e comprendonoincubi, angoscia, giochi che riproducono gli avvenimenti traumatici, chiusura in se stessi, perdita delle capacità acquisite fino a quel momento.

Trascuratezza e maltrattamento si delineano perciò, nella vita di un bambino, come importanti fattori traumatici, con i quali i genitori adottivi dovranno fare i conti e che dovranno saper accogliere per dare una risposta efficace che permetta una evoluzione positiva e serena della personalità del minore.

L’adozione come trauma.
La stessa adozione, anche se ciò può sembrare incomprensibile, può essere vissuta dal bambino come un ulteriore sconvolgimento nella vita del minore. Egli attraverso l’adozione, infatti, perde definitivamente tutto ciò che, nel bene o nel male, costituisce la sua vita ed entra in una realtà sconosciuta, con persone sconosciute che devono diventare i suoi genitori. Una volta arrivato in famiglia, il bambino vive la sensazione che tutto ciò che ha vissuto e che era prima, sia stato cancellato come da un colpo di spugna: odori, suoni, colori,riferimenti, ambiente di vita, amici, parenti, lingua… Gli rimangono il suo corpo e il suo nome.

E la memoria, che spesso contiene ricordi di avvenimenti che preferirebbe dimenticare.

Durante il primo periodo in famiglia, il bambino potrebbe vivere sentimenti di paura e di confusione, sentirsi disorientato e manifestare comportamenti di rifiuto o d’iperadattamento.

I genitori, per permettere al bambino di superare in modo favorevole queste esperienze dolorose, sono chiamati a potenziare le loro capacità di ascolto e saper accogliere tali vissuti nei confronti dei quali dovranno proporre efficaci strumenti riparativi.

Per mettere in atto tali comportamenti i genitori dovranno:

– Essere per il figlio un aiuto e un sostegno nell’elaborazione del suo vissuto abbandonico, che andrà affrontato volta per volta con profondità diverse in base allo sviluppo e all’età del figlio.
– Essere in grado di sostenere e tutelare il figlio e se stessi dai vissuti dolorosi che sia genitori che il bambino possiedono.
– Saper infondere nel figlio sicurezza e fiducia in se stesso e nelle sue capacità.
– Saper creare un ambiente psicologico e relazionale accogliente e rassicurante nel quale il figlio possa nel tempo riuscire a ricostruire se stesso.
– Accogliere e accettare il bambino per quello che realmente egli è, con il suo vissuto e con le sue caratteristiche di personalità. Fare spazio al bambino reale, abbandonando poco per volta il bambino immaginario e desiderato che ciascuno porta dentro di sé.
– Sapersi sintonizzare sugli stati d’animo del figlio e aiutarlo a “riflettere” su se stesso e sulle proprie emozioni.

Se il bambino avrà la certezza che i suoi vissuti sono stati sufficientemente compresi e accolti dalle figure genitoriali, la relazione con loro avrà le caratteristiche della stabilità e le stesse crisi potranno diventare occasione di crescita e condurre a nuovi e più stabili equilibri.

Cos’è l’adozione

L’adozione è un’istituto attraverso il quale una coppia, con una scelta responsabile e libera, decide di accogliere come suo figlio un bambino nato da un’altra donna e impossibilitato a vivere con la sua famiglia di origine, accogliendo il suo nome, la sua storia, la sua personalità.

Attraverso di essa viene assicurata al bambino la possibilità di avere nuovi genitori che lo accolgono nella loro famiglia, gli danno il suo cognome e lo considerano a tutti gli effetti come loro figlio.

Il cammino che porta i coniugi alla decisione di adottare non è sempre lineare e passa il più delle volte attraverso la scoperta dell’impossibilità a procreare e a diventare genitori biologici di uno o più bambini.

Il sogno della coppia, di dare vita a un essere che in qualche modo sia un segno concreto della loro unione, viene interrotto bruscemente dalla scoperta della sterilità, scatenando sentimenti di rabbia, di sofferenza, vergogna e delusione profonde.

La sterilità provoca inoltre la rinuncia all’immagine ideale che ognuno di noi ha su ciò che dovrebbe essere, una rinuncia definitiva, fonte di frustrazione perchè colpisce l’Ideale dell’ Io, l’immagine ideale che ognuno ha di se stesso.

L’impossibilità di procreare viene vissuto come un vero e proprio lutto, perchè comporta anche l’accettazione della perdita del figlio biologico, desiderato e mai nato. E’ la perdita di quel bambino, formato dalle fantasie, dai desideri, dalle proiezioni di ciascuno, che rende ancora più penoso il superamento della sofferenza e la costituisce come un vero e proprio lutto da elaborare. Questo lutto va superato, se si vuole avere lo spazio interno per essere disponibile e amare il figlio adottivo.

I coniugi sono pronti a essere genitori di un bambino non generato da loro quando l’impossibilità a procreare si trasforma in fecondità spirituale.

Il bambino che va in adozione, invece, è un bambino che ha subito, nel migliore dei casi, un trauma: quello di essere abbandonato da chi lo ha generato e dal quale sarebbe dovuto essere accudito, amato, protetto.

I bambini dichiarati in stato di abbandono, inoltre, indipendentemente dall’età, hanno nella maggioranza dei casi vissuto in istituto, sperimentando l’ìnesistenza di relazioni significative e fondamentali per la sua crescita, la carenza di cure e di affetto, anche in fasi precoci di vita, e molto spesso maltrattamenti, abusi fisici ed emozionali.

Il bambino si trova nella condizione di dover subire una scelta che non ha mai compiuto: chi adotta, infatti, desidera il bambino che diventerà suo figlio, mentre chi viene adottato si trova coinvolto in una situazione che lo vede protagonista ma che non ha voluto.

Su queste situazioni e su queste sofferenze i bambini costruiranno la loro personalità e le loro difese. Saranno facilmente bambini insicuri e spesso traumatizzati, talvolta pieni di rabbia e di paura (l’emozione della rabbia è infatti una difesa contro la paura), non sempre facili da gestire.

Essere buoni genitori biologici non necessariamente equivale ad avere le caratteristiche necessarie per essere buoni genitori adottivi.

A un genitore adottivo si richiedono competenze genitoriali specifiche, un buon equilibrio, un buon rapporto con il partner, buone capacità di coping, un buon livello di sopportazione della sofferenza e la capacità di generare speranza. Solo così essi saranno in grado di aiutare il figlio adottivo a elaborare e riparare le ferite di cui è portatore.

L’adozione peraltro è un istituto regolamentato dalla legge, a cui si accede dopo accurate valutazioni effettuate dai Servizi Sociali Territoriali e dopo un decreto di idoneità emesso dal Tribunale dei Minori.

La coppia, in questa fase, è provata psicologicamente e fisicamente, il più delle volte proviene da un periodo durante il quale ha tentato di diventare genitore attraverso la fecondazione assistita, e in più si trova ad essere messa a nudo, analizzata e valutata da psicologi e assistenti sociali negli aspetti più intimi e personali della sua vita passata e a

L’esperienza dell’ adozione può essere un’avventura meravigliosa, capace di regalare emozioni profonde e grandi soddisfazioni. Perchè tale esperienza risulti positiva è necessario possedere le capacità e il desiderio di accogliere il figlio per quello che è, con le sue specificità e le sue differenze, dando risposta positiva ai suoi bisogni di accoglienza, di amore, di libertà e di rassicurazione.