Quando i genitori si aspettano troppo

Sisters in the Bazaar, ph. Paul Hamilton (cc.Flickr)

Sisters in the Bazaar, ph. Paul Hamilton (cc.Flickr)

Le aspettative nei confronti dei figli sono strettamente connesse all’idea che si ha del bambino e a credenze che si sono costruite nel tempo, all’esperienza che abbiamo fatto nella nostra vita, a ciò che siamo. Di solito abbiamo aspettative consce e altre inconsapevoli, sulle quali non riflettiamo, ma che determinano comunque il nostro comportamento e le nostre emozioni. Naturalmente è inevitabile avere delle aspettative, sarebbe impossibile il contrario, ma è bene capire quali sono, perché dobbiamo essere noi a gestire loro e non le nostre aspettative a gestire noi.
Sappiamo per esempio che desideriamo nostro figlio educato e rispettoso, ma non che ci piacerebbe somigliasse in qualcosa al nonno matematico, o che vorremmo avesse successo in qualcosa perchè a noi è sempre andata così, o perché al contrario per noi è stato tanto difficile. La famosa frase, che tanto si sente dire, e di fronte alla quali ci si trova spesso disarmati, “vorrei che lui non facesse la fatica che ho dovuto fare io”, infatti, è un’arma a doppio taglio. Tutti facciamo fatica, tutti abbiamo scogli da superare, e anche lui, o lei, tra un passo e un inciampo, farà la sua strada e troverà la sua collocazione nel mondo.
Ogni genitore ha una serie di attese e di speranze nei confronti dei suoi figli. Speranze sul futuro, sulla sua salute, sulla sua realizzazione personale. Molte volte, tuttavia, le aspettative che i genitori hanno sul figlio non sono in relazione alla personalità e alle capacità del bambino ma ai loro personali desideri.
Una mamma potrebbe avere la speranza che il figlio fosse bravo in matematica, ma potrebbe darsi che invece lui preferirebbe scrivere temi e leggere poesie e il genitore, senza saperlo, potrebbe in qualche modo condizionarlo o limitarlo.
Un bambino ha bisogno di sapere in modo chiaro e sereno cosa gli altri si aspettano da lui e costruisce il suo senso di sé in base a ciò che vive e a ciò che gli adulti che gli vivono accanto gli rimandano. Se il genitore inconsciamente desidera che lui prenda buoni voti in matematica, trasmetterà al figlio, attraverso un silenzio troppo lungo, o uno sguardo inavvertito, un giudizio che il figlio inevitabilmente coglierà.
Le aspettative dei genitori nei confronti dei figli hanno una grande influenza sulla sua autostima, sulla capacità di instaurare legami durevoli e stabili, sulla fiducia in se stesso. L’adulto è, per definizione, secondo il bambino, colui che ha ragione, colui che lo aiuta a decifrare la realtà, spesso incomprensibile e complicata, e che definisce ciò che lui stesso è.
L’origine, la radice dell’autostima di ciascun bambino, è da ricercare proprio nella stima che di lui hanno avuto i suoi genitori. Se i genitori non credono in lui, anche lui non riuscirà a credere in se stesso. Se il genitore ha aspettative troppo elevate, anche inconsce, il bambino si troverà a dover fare i conti con la sua incapacità di raggiungerle e svilupperà un senso di sfiducia in se stesso che lo porterà a un atteggiamento rinunciatario o ribelle, o al contrario a cercare, in tutti i modi, di raggiungere le prestazioni che gli adulti si aspettano da lui. Questo potrebbe avvenire anche a costo di rinunciare a ciò che egli dentro di sé vorrebbe, pur di continuare ad essere amato.
Il bambino infatti, inconsciamente, ha la spinta a soddisfare le aspettative che gli altri hanno su di lui, indipendentemente dal fatto che ciò gli sia possibile o no e indipendentemente dal fatto che queste aspettative siano esplicite o implicite. Anzi, esse incideranno molto di più su di lei se sono inconsapevoli.
Se un bambino cresce in un ambiente dove, per esempio, parlare di adozione crea disagio nei genitori, lui percepirà senza rendersene neanche conto questa emozione, e sarà una pausa ad una domanda improvvisa, una risposta affrettata, un tono di voce, che gli manderà il messaggio. Ma questo messaggio lui non sarà in grado di decodificarlo, di capirlo bene, proprio perché non se ne può parlare. Perché la parola spiega, svela, chiarisce.
Quando le attese sono inconsapevoli ed esagerate, il bambino si può trovare di fronte al bisogno di dover realizzare i desideri dei genitori e non i suoi, o di dover raggiungere delle prestazioni che non è in grado di ottenere, o di tenere dei comportamenti che non gli corrispondono.
Ciascun genitore naturalmente spera il meglio per il proprio figlio, ma non è sempre facile capire cosa sia davvero il meglio per lui. Talvolta potrebbe essere una maggiore serenità in famiglia, o la certezza di essere amato per quello che davvero egli è e non ad esempio per il rendimento didattico elevato o per la capacità di giocare a pallone in modo eccellente.
Normalmente i genitori cercano di comportarsi in modo accogliente e incoraggiante ne confronti dei figli, ma dentro di loro, forse inconsciamente e senza accettarlo neanche davanti a loro stessi, talvolta percepiscono una sottile delusione, perché i propri figli non sono come avrebbero voluto. Eppure tutto ciò di cui non si può parlare ha una forte influenza su di noi, perché viene comunque percepito inconsciamente, viene trasmesso attraverso il tono della voce o uno sguardo, o una parola di troppo che scappa inavvertita e che sembra nessuno abbia colto, ma che in realtà lavora dentro.
Il bambino potrebbe reagire alle aspettative troppo elevate cercando di accontentare i genitori, cercando di dare sempre il meglio, per farli felici e sentirsi amato, oppure potrebbe rinunciare, lasciar perdere perché tanto non ce la fa, o ancora tacere, accettare silenziosamente e passivamente, e continuare la sua vita con la sensazione che non riuscirà a rendere felice l’adulto e a farsi amare.
Nel caso dei bambini adottati, capita per esempio che i genitori abbiano aspettative troppo rigide nei confronti del rendimento scolastico. Se queste aspettative non si realizzano, il bambino, che già parte da una condizione di scarsa autostima, potrebbe crescere con la sensazione di non valere e di aver deluso le attese dei suoi genitori e delle persone che per lui contano.
Ma visto che è inevitabile avere aspettative nei confronti dei nostri figli, cosa fare?
Fare il genitore significa mettersi nell’ottica di fare un percorso di conoscenza di sé che non termina mai, perché la realizzazione di sé e la costruzione della propria felicità aiuterà ad essere genitori migliori e ad avere figli probabilmente più realizzati e più sereni. Perciò stiamo attenti a ciò che pensiamo, impariamo a pensare sul nostro pensiero, a non dare nulla per scontato, perché è così che si cresce, che ci si evolve, che si cambia. Accettare di avere dei desideri, consci e inconsci e lavorare su questi, mettersi in gioco e nello stesso tempo osservare i nostri figli come esseri che non ci appartengono, come realtà separate da noi, con lo stupore e il rispetto che meritano, con il desiderio sincero di vederli muovere in un sentiero che non è quello tracciato da noi ma dalla loro stessa vita.
Comprendere quali sono i propri desideri e i propri limiti non è sempre facile, ma è l’unica strada percorribile se si desidera veramente vedere i nostri figli andare nella vita con coraggio, liberi di seguire la loro strada e di realizzare se stessi con soddisfazione.

Due esercizi contro l’ansia

stressUn certo livello di ansia, in certe condizioni, può essere un fenomeno normale e svolgere persino un ruolo positivo. Talvolta, però, quando è eccessiva o prolungata, diventa un’emozione sgradevole, che può essere gestita con qualche semplice esercizio. In questo articolo spiegherò come.

L’ansia può comportare una serie di disturbi a carico di vari apparati:

–  L’apparato genitourinario. Per esempio la sensazione di pollachiuria, vale a dire il bisogno di urinare con più frequenza, o situazioni temporanee di impotenza nell’uomo e di dispareunia (dolore nella penetrazione) nella donna.

– L’apparato respiratorio. La respirazione si fa più superficiale e frequente.

– L’apparato digerente. Stitichezza, nausea, problemi digestivi, vomito.

– L’apparato cardiocircolatorio. La pressione del sangue si può alzare, anche all’improvviso e per breve tempo.

L’ansia può essere un correlato di diversi altri tipi di disturbi, come gli attacchi di panico, i disturbi ossessivo compulsivi, le fobie.

Varie sono le tecniche utilizzate per ridurre gli stati d’ansia, se questi non arrivano a livelli eccessivi (situazioni in cui si consiglia una psicoterapia, anche breve). Una di queste è agire sulla respirazione. Ecco un esercizio che se eseguito correttamente può rilassare in breve tempo.

–          Prendetevi qualche minuto per sé e spegnere il cellulare.

–          Mettetevi in una posizione comoda, distendetevi o sedetevi appoggiando le mani sulla pancia.

–          Respirate col naso facendo entrare aria nella zona addominale, facendo inspirazioni di tre secondi ed espirazioni di 4-5 secondi. Dovreste sentire la mano che si alza e si abbassa in corrispondenza con il respiro.

–          Contate, ad ogni espirazione, partendo dal numero 50 e tornando indietro fino al numero 1.

–          Mentre si respira pensate: Io non sono la mia ansia. Cercate una parte del vostro corpo, anche piccola, dove percepite tranquillità e pace, e concentratevi su di essa.

–          Immaginate la luce che brilla in questa parte, che si estende a tutto il corpo, mentre si continua a respirare.

Un altro esercizio, semplice e veloce, può essere utilizzato in alternativa quando non ci si riesce a rilassare adeguatamente, o preliminarmente alla respirazione:

–          Prendetevi qualche minuto, se ne avete la possibilità.

–          Contraete gli arti (braccia e gambe, ma anche mani e piedi) per cinque secondi, e rilassatevi per altri cinque secondi.

Contrarre in modo progressivo ogni parte del corpo per poi rilassare i muscoli pezzo per pezzo, è una tecnica utilizzata in modo efficace per ridurre la tensione (rilassamento progressivo di Jacobson), ma quando non se ne ha la possibilità o il tempo, anche questo sistema dà ottimi risultati.

Se praticati con una certa costanza, entrambi gli esercizi descritti possono diminuire gli stati acuti ansiosi e ristabilire il benessere.

Lo stress: cos’è e come gestirlo

file1751271622835Quando parliamo di stress solitamente ci riferiamo a una generica sensazione di disagio e di tensione. Lo stress in realtà non è solo questo.

Esso consiste in una risposta di adattamento che il nostro organismo mette in atto di fronte a stimoli o sollecitazioni che provocano un cambiamento.

Cosa succede nel nostro organismo?

Le principali modificazioni che avvengono quando siamo in una situazione di stress sono nel sistema endocrino (ormoni tiroidei, glicemia, trigliceridi), nel sistema vegetativo e nel sistema immunitario. In particolare si assiste a:

–          Aumento della produzione, attraverso la porzione midollare delle ghiandole surrenali, di ormoni come l’adrenalina e la noradrenalina (le catecolamine). Questi generano modificazioni  fisiologiche che garantiscono una risposta pronta ed efficace nei confronti degli stimoli (per esempio l’accelerazione del ritmo cardiaco fornisce maggior afflusso di sangue ai muscoli che si predispongono a entrare in funzione prontamente).

–          Produzione, da parte della corteccia surrenale, di un maggior numero di corticosteroidi che a loro volta aumentano la formazione di zuccheri, grassi e aminoacidi, fonti di energia immediatamente utilizzabile dall’organismo.

–          Iniziale diminuzione delle difese immunitarie.

 Queste modificazioni, se di breve durata, svolgono un effetto positivo.  Esse infatti:

–          Aumentano la nostra vigilanza e la velocità di reazione;

–          Rendono la nostra azione tempestiva;

–          Migliorano le capacità attentive.

La risposta nei confronti dello stress avviene in tre fasi:

–          La prima, detta di allarme. In questa fase l’organismo mette in atto meccanismi per fronteggiare la situazione nuova.

–          La seconda, detta di resistenza. L’organismo cerca di sostenere la tensione e contrastare gli effetti negativi dello stress.

–          La terza, la più pericolosa, detta di esaurimento. Le risorse individuali sono state consumate e l’organismo può produrre malattie o disturbi psicologici.

Lo stress è sempre negativo?

 La situazione di stress, se contenuta, provoca effetti benefici nell’organismo e viene chiamata eustress. La possiamo riconoscere, per esempio, durante la preparazione di un viaggio che ci entusiasma, durante  un esame nel quale ci sentiamo pronti e capaci, nell’organizzare una festa  o una cena particolarmente importante.

Gli eventi piacevoli, infatti, producono nell’organismo  le stesse modificazioni di quelli spiacevoli (per es. aumento della produzione di catecolamine e di corticosteroidi). Eppure la percezione soggettiva della situazione è profondamente diversa. In caso di eustress, ci sentiamo in grado di gestire le situazioni ambientali e siamo più efficaci nelle nostre azioni.

Se la situazione di stress è prolungata nel tempo o viene percepita come superiore alle proprie forze, si verifica la situazione chiamata di distress, o stress negativo. In questo caso il rilascio continuo di queste sostanze può produrre svariati disturbi, fra i quali ricordiamo:

  1. –          Diabete;
  2. –          Aumento del colesterolo;
  3. –          Indebolimento delle difese immunitarie e maggior facilità all’insorgenza di malattie;
  4. –          Cefalee;
  5. –          Ipertensione
  6. –          Dolori muscolari, in particolare al collo (quella che viene chiamata “cervicale” e alla parte bassa delle schiena);
  7. –          Stanchezza eccessiva;
  8. –          Disturbi cardiovascolari;
  9. –          Raffreddori e influenze;
  10. –          Disturbi del sonno;

Che cosa trasforma lo stress da fenomeno positivo in malattia?

–         La durata (i viaggi e le feste possono essere gradevoli, ma dopo un certo periodo di tempo si sente la necessità di riposarsi e di rilassarsi a casa propria).

–          La quantità e il numero degli eventi stressanti. (Correre tutto il giorno, dividersi tra professione, cura dei figli, casa, poi il rumore della metro, il traffico, magari un lavoro faticoso e non avere mai un momento da dedicare a se stessi)

–          Il nostro modo di valutare l’evento (200 mt di corsa nel parco sotto casa avranno un impatto diverso da 200 mt verso la stazione per prendere il treno. Es preso da M. Farnè, Lo stress). Risulta determinante, nella valutazione dello stress percepito, il peso emotivo e la valutazione che l’evento ha per ciascuno. In particolare, la sensazione di trovarsi di fronte a eventi o situazioni nei confronti dei quali si percepisce di non avere la capacità di difendersi o di reagire efficacemente. Lo stress, in definitiva, diventa negativo quando si verifica uno squilibrio fra situazione ambientale e risorse percepite a propria disposizione (personali, ambientali, sociali).

–           La mancanza di strategie di coping adeguate. Una caratteristica importante nella gestione dello stress è costituita dalle modalità di coping che ciascuno di noi possiede. Il coping viene definito come l’insieme dei tentativi messi in atto per controllare e fronteggiare gli eventi ritenuti difficili o superiori alle nostre forze (Lazarus). Quanto più la persona sentirà di avere la capacità di far fronte allo stress, mettendo in atto comportamenti adeguati ed efficaci, tanto meno entrerà in uno stato di distress. Per fare un semplice esempio, una segretaria, ancora nel periodo di prova, alle prese con una serie di pratiche nuove  e impegnative, da sbrigare magari in un lasso di tempo relativamente breve, può entrare in una situazione di stress e vivere la situazione con uno stato di ansia superiore a una persona che conosce il lavoro già da molti anni e sa come affrontarlo.

–          Caratteristiche di personalità. La capacità di risolvere i problemi, di comunicare efficacemente con gli altri, il senso dell’umorismo, possono essere dei facilitatori e consentire una gestione più efficace in molte situazioni di stress.

Strategie per gestire lo stress

 Strategie cognitive. Definire con chiarezza le caratteristiche della situazione stressante e gli elementi che lo causano permette di ridimensionare la percezione di mancanza di controllo che spesso si ha di fronte a tali circostanze. Suddividerle in piccoli eventi il più possibile precisi, favorisce la sensazione di poter fare qualcosa per modificarli e consente la messa in atto di azioni efficaci.

Strategie psicosociali.  Il fatto di avere delle buone relazioni di supporto e di amicizia costituisce un valido sostegno per affrontare e superare momenti di difficoltà o di stanchezza.

Tecniche di rilassamento corporeo. Il training autogeno, il rilassamento, alcune tecniche meditative possono essere estremamente utili per contrastare gli effetti negativi dello stress e permettere di raggiungere uno stato di benessere, un buon controllo dei propri stati emotivi e favoriscono il recupero delle proprie energie.

Non è  facile riuscire da soli a riconoscere l’adeguatezza delle proprie modalità di coping e modificarle, o comprendere se la valutazione degli eventi che ci accadono è appropriata, o apprendere tecniche che permettano il raggiungimento di uno stato di benessere, quando si arriva a una situazione di distress . In questi casi, quando lo stress è eccessivo, può essere di aiuto il confronto con un professionista  con il quale sarà possibile identificare le cause del malessere e le strategie più adatte per superarlo.

©2014 Maria Angela Corrias.All rights reserved

La violenza psicologica: una storia di liberazione

Solo chi l’ha provato può sapere quanta paura possa fare uno sguardo. Una paura irragionevole e insensata, ma resistente e assurda. Una paura che impedisce di ragionare con lucidità, che succhia le energie, fino a farti ritrovare dissanguata, improvvisamente anemica e stanca.

La sola sua presenza la fa sentire incoerente e incomprensibile a se stessa. Silvia non si riconosce più. Percepisce confusamente che c’è qualcosa di sbagliato in questa relazione, ma non sa capire se l’errore è in se stessa, in lui o nella situazione.

Eppure ci prova. Con tutte le sue forze, ci prova. Con ostinazione, a denti stretti, cerca di farsi accettare, che farsi amare, quello no, farsi amare è troppo. Non le viene neanche più in mente, la possibilità di farsi amare. E’ forse un sogno coltivato in un’altra vita, in un altro tempo. Ora riesce solo a sentirsi  inadeguata e in errore, qualunque cosa faccia. Chi mai potrebbe amarla, se non riesce ad amarsi neanche lei stessa?

Eppure in alcuni momenti sembra che lui non possa vivere senza di lei. Allora Silvia si impietosisce, e rimane. Altre volte la fa sentire sporca e confusa. E Silvia si spaventa, e rimane.

Così i giorni passano, la sua energia si spegne ogni giorno di più, la voglia di vivere si esaurisce, si scioglie come la neve sotto l’acqua bollente.

Silvia sa che lui è una persona fragile, e in fondo al cuore sente un misto di pena e di compassione, che la fa resistere e la fa andare avanti, non si rende conto che sta affondando sempre di più in questa terra umida e fangosa.

Eppure il desiderio di amore è struggente, in fondo al cuore. Come una luce sottile, come un raggio che trafigge il cuore e fa male.

E continua il cammino, continua in questa strada tortuosa e stretta, asfissiante, dove non c’è più ossigeno e colore, dove si sente soffocare ogni giorno di più dal desiderio di possesso e dall’insicurezza di lui, che la rende sempre più sfiduciata e dubbiosa.

Poi, un giorno, Silva si permette di ascoltarsi.

Viene travolta dal dolore accumulato negli anni, un dolore che le fa venire la vertigine, che le sembra infinito. E si rende conto che potrebbe morire, per quel dolore.

Allora, inizia a camminare. Si rialza da terra, solleva la testa, e inizia ad osservare il mondo con occhi nuovi. Vede i fiori, assapora gusti nuovi e antichi profumi. Decide che deve muoversi.

Che deve andare.

Sarà un viaggio lungo e faticoso, per Silvia. Rimettere in moto i muscoli rattrappiti, iniziare a muoversi, a viaggiare nel sentiero della vita, dopo essersi fermati, quasi addormentati, come in un sonno senza sogni troppo simile alla morte. Lo è sempre, lo è per chiunque, è travolgente coma una fitta nel cuore ri-scoprire i desideri sepolti in fondo all’anima, riconquistare se stessi e riprendere in mano il proprio destino. Come un salto nel vuoto, aprire un portone chiuso da troppo tempo, senza sapere se al di là c’è un sentiero pieno di luce o una strada tortuosa e intricata di rovi.

Un percorso che richiede audacia e coraggio, la capacità di rialzarsi dopo le cadute, di ignorare  lo sgomento che afferra l’anima all’improvviso, per ri-centrarsi ogni volta dentro di sé, certi del proprio cammino e ri-focalizzare ogni volta il proprio obiettivo: la ri-conquista di sé.

Certi strappi, alcune volte, sono fondamentali. Come togliersi una vecchia pelliccia ammuffita che impedisce di respirare. Alcune volte, è necessario ritrovarsi nudi, a contatto con se stessi e con la propria pelle. Per riprendere il cammino con sguardo limpido e braccia aperte, per ritrovare la propria energia e finalmente ricoprirsi di colori e di vita.

Il gioco e i giocattoli. Come giocare con i propri figli e perchè.

Day 100 - Orange Toy (CC BY 2.0) by DaGoaty

Day 100 – Orange Toy (CC BY 2.0) by DaGoaty

Il gioco svolge per ogni bambino una funzione essenziale nello sviluppo della sua personalità ed è il modo più semplice e diretto per entrare in comunicazione con lui.

Questo articolo spiega l’importanza del gioco, le difficoltà che potrebbe avere il bambino adottivo in proposito ed il ruolo di aiuto e incoraggiamento che possono e devono esercitare i genitori.

Attraverso il gioco il bambino arricchisce la sua conoscenza del mondo, impara a conoscersi e a prendere contatto con il suo mondo interiore, esprime se stesso, impara a tollerare vissuti ed emozioni, ad accettarne il carattere spesso ambivalente, a capire come gestirle e a non farsi spaventare da esse.

Il bambino non è in grado di spiegare agli altri e a se stesso ciò che prova. Giocando, egli costruisce scenari immaginari, li popola di personaggi che rappresentano varie espressioni di sé.  Così il bambino che gioca con i suoi eroi preferiti, affronta la sua aggressività e impara a gestirla e la bambina che accudisce la bambola o la sgrida per qualche marachella rivive le emozioni sperimentate nel rapporto con i genitori.

Giocando, il bambino non mette in scena gli episodi in sé, ma li rivive con la risonanza emotiva che questi episodi hanno scatenato in lui. Il genitore che osserva il gioco del figlio può aiutarlo a sdrammatizzare i suoi vissuti e a inserire l’avvenimento in un contesto rassicurante e accettabile. Può, per esempio, con attenzione e delicatezza per non invadere troppo lo spazio del figlio, entrare nel gioco facendo la parte di una terza persona (la nonna, una zia, ma mai se stesso!), che lo aiuti ad accettare le emozioni che sta inscenando e che in questo modo lo rassicuri.

L’importanza della figura dei genitori nel gioco del bambino.
Il bambino impara a costruire il gioco se può usufruire della presenza amorevole di un adulto che gioca con lui. Il gioco, infatti, si sviluppa nell’essere umano come il linguaggio: un sordo, pur avendone le capacità, non riuscirà a parlare, esattamente come un bambino che non ha mai goduto della figura di un adulto significativo non imparerà a giocare.

l bambini adottati, per esempio, spesso, non hanno avuto accanto a sé persone che gli hanno insegnato a giocare. Hanno ricevuto scarse stimolazioni, non sanno utilizzare la fantasia e l’immaginazione e fanno spesso giochi ripetitivi e monotoni (possono trascorrere ore aprendo e chiudendo un cassetto o una scatola). Nella famiglia che lo accoglierà, avrà bisogno di recuperare il tempo perduto e lasciarsi andare, fidandosi, del proprio mondo interiore e delle proprie fantasie. Attraverso il gioco libero e la sicurezza che l’adulto gli trasmette, il bambino può imparare a prendere contatto con se stesso esprimendo i suoi sentimenti e mettere le basi per costruire una relazione fiduciosa con gli adulti.

I genitori che giocano e scherzano con il loro bambino gli forniscono insegnamenti fondamentali per la sua crescita e il suo sviluppo. L’adulto dà sicurezza, permette al figlio di avvicinarsi alle parti più intime di se stesso e di dare un nome alle sue emozioni, aiutandolo a non averne paura e ad affrontarle. Il bambino, con l’aiuto del genitore che accoglie e dà voce ai desideri, alle paure, ai timori, alle gioie del figlio, che accetta come legittime le sue emozioni e gliele restituisce verbalizzandole, impara a comprenderle, ad accettarle, a sopportarle e a comunicarle agli altri. Acquisisce inoltre la sicurezza di essere importante per i suoi genitori e del valore che il gioco e le sue attività hanno per loro. Attraverso gli innumerevoli momenti trascorsi insieme, consolida la certezza che il gioco ha un valore e perciò si sente legittimato a continuare anche da solo. I genitori che giocano con i loro figli insegnano al bambino nuovi collegamenti e nuove possibilità, dando legittimità alla creatività e favorendo lo sviluppo dell’immaginazione e della fantasia.

E’ bene sapere che per un bambino tutto può avere il sapore del gioco:  abbracci, manipolazioni, scherzi, racconti….. Non è necessario inventare sempre e solo momenti strutturati, per insegnare al bambino a giocare: il momento del pranzo, il bagno, la passeggiata in un bosco con la mamma e il papà, un film visto insieme e commentato, se svolti in un clima sereno, allegro e comunicativo, hanno, come momenti di gioco, la funzione di crescita e costruzione della sua personalità. E’ importante che il genitore si lasci coinvolgere dal gioco del bambino, permettendogli di decidere e di scegliere come giocare e lasciandosi guidare dai desideri e dalle attività del figlio.

Giocattoli
I bambini piccoli conoscono il mondo toccandolo. Per questo quando sono piccoli, hanno bisogno di giochi semplici e non strutturati: gomitoli di lana, oggetti di uso comune, palline, pezzi di stoffa, carte colorate, chiavi, animaletti, bambolotti, camion, borsellini. Il fatto stesso di manipolare un oggetto è per un bambino un gioco. La mamma o il papà possono stargli accanto nominandoli e descrivendoli, per esempio  dicendo “E’ una palla verde, vedi come rotola…”. Gli oggetti, i giocattoli e i giochi iniziano infatti ad avere un senso per il bambino dal momento in cui sono inseriti in un contesto di relazione con un genitore o con un adulto che si occupi di lui.

Fino ai cinque anni un bambino si diverte molto con giochi di costruzione e con tutto ciò che può montare e ricostruire: pupazzi trasformabili e smontabili, lego, costruzioni di legno, puzzle ma anche marionette. Sia un maschio che una femmina, avrebbero bisogno di avere macchinine, palloni da gonfiare, palle di gomma, bambolotti.

Per quanto riguarda la scelta dei giocattoli, andate un giorno con lui in un negozio di giocattoli, in un orario in cui non ci siano molti clienti e osservatelo mentre gira fra gli scaffali, per capire cosa gli piace davvero, su cosa si sofferma. Non intervenite, non commentate e non consigliatelo. Dapprima sarà confuso, cercherà di toccare tutto e girerà per il negozio come se si trovasse nel paese del Bengodi, poi mano a mano sarà attirato da quello che più gli piace.

L’acqua
I giochi d’acqua hanno un eccezionale potere calmante per i bambini. Fategli indossare un grembiule di plastica, mettete in un luogo della casa, dove non vi preoccupi un po’ d’acqua per terra, una bacinella piena d’acqua con un telo sotto, metteteci barchette, pupazzetti, imbuti, bicchieri di plastica e pazienza se si bagnano o ne rovesciano un po’. Questo tipo di gioco potrebbe durare ore e potrebbe avere un effetto miracoloso.

I giochi aggressivi
I bambini spesso mettono in scena giochi aggressivi che talvolta i genitori cercano di scoraggiare. E’ bene che i genitori sappiano che per un bambino affrontare le sue pulsioni aggressive è una necessità e che questo lo aiuterà col tempo a saperle gestire e  a non averne paura. Impedire ai propri figli di sperimentare questo tipo di giochi non neutralizza i sentimenti di rabbia che essi cercano di esprimere, ma rendono tali sentimenti proibiti e colpevoli.

Osservate vostro figlio quando gioca.
E’ importante per l’adulto osservare il gioco del bambino, perché attraverso di esso si può comprendere molto del suo vissuto e delle sue emozioni. Il bambino attraverso il gioco manifesta i suoi disagi, il suo bisogno di attenzione e di affetto, le difficoltà di relazione con i compagni, la modalità che utilizza per affrontare i problemi.

Consigli in pillole per giocare meglio.
– Giocate con i vostri figli con gioia.
Il gioco non deve essere un dovere, ma un piacere sia per il figlio sia per il genitore. Se il bambino è adottato, è probabile che non abbia imparato il senso del gioco e che abbia avuto poche occasioni per giocare. Avrà bisogno di maggiore disponibilità e condivisione, sia per costruire la relazione con voi, sia per imparare a giocare. Ma non è gratificante giocare con una persona distratta, che continua a guardare l’orologio o la televisione. I bambini sono piccoli, ma attenti e sensibili, spesso molto più di noi!

– Qualunque gioco va bene per un bambino, basta che lui abbia voglia di farlo.
Giochi di ruolo, in cui si rappresentano episodi vissuti nella vita reale (la spesa, la visita dal medico, la scuola) o di movimento, le battaglie con i soldatini, i puzzle, i trucchi, le costruzioni, ma anche giochi in scatola  (ci sono giochi che si possono fare in due e per qualunque età), l’importante è ricordarsi che fino all’età della scuola elementare (dieci anni circa) il bambino ha bisogno nel gioco di sviluppare la fantasia, per cui è bene limitare, per esempio, il tempo destinato ai  giochi elettronici.

– Non per vincere ma per il gusto di giocare!
Il bambino impara, attraverso il gioco, a capire che la sconfitta, anche se sgradevole, è una condizione che si può accettare e con la quale si può convivere. Attraverso il gioco, il bambino impara che può farcela, nonostante le temporanee sconfitte e i primi fallimenti, capisce inoltre che se insiste,  mettendosi alla prova, alla fine ottiene il risultato sperato.

– Fiducia nei confronti di vostro figlio.
Non sostituitevi a lui mentre sta giocando. Se lo vedete in difficoltà, aspettate che sia lui a chiedervi aiuto. I bambini hanno bisogno di potersi concentrare sul gioco e di avere tempo a loro disposizione per superare gli ostacoli e raggiungere gli obiettivi. Se l’adulto interviene per aiutarlo o gli mette fretta perché consegua lo scopo, il bambino potrebbe scoraggiarsi e non avere lo stimolo per andare avanti da solo.

Ma ciò che è davvero importante è trovare dentro di sé la disponibilità a ritornare bambini, a divertirsi con i propri figli, a scoprire il piacere di stare insieme e di lasciarsi guidare, nel mondo del gioco, da loro con creatività e divertimento!

 

Un nuovo inizio. I primi tempi col figlio adottivo

8359737450_a08a6f0df0-300x199L’attesa è lunga, sembra non avere fine. Poi, finalmente, arriva una telefonata. Lui -o lei- ha un volto, un nome. I sogni si moltiplicano, in un mondo fatto di fantasie, dubbi, desideri. Quando avviene l’incontro, però, non sempre tutto fila liscio. Le emozioni sono travolgenti e i comportamenti di questo bambino tanto atteso e già tanto amato possono sconcertare. Eppure bisogna rispondergli subito, fare qualcosa, non ci si può pensare su, chiedere aiuto, leggere un libro. Il bambino non aspetta, ha bisogno, lui si, di risposte. Per esempio di sapere che sarà accettato così com’è, di essere certo che non verrà abbandonato di nuovo, di potersi fidare.

Allora, che fare?
In questa fase le indecisioni sono tante, i dubbi pure. Si ha paura di sbagliare, di reagire troppo bruscamente, di non essere abbastanza fermi o abbastanza affettuosi. Si ha paura di non essere “abbastanza”. Eppure alcuni semplici accorgimenti possono aiutare i neo genitori ad accompagnare nel modo migliore i primi passi del loro piccolo nella nuova famiglia. Pur tenendo presente che ogni situazione è differente e va valutata singolarmente, con le sue specifiche caratteristiche e peculiarità, proverò a fornire alcuni brevi suggerimenti che per necessità saranno generici e non esaustivi.
Essi potranno tuttavia, o almeno lo spero, alleggerire il compito dei genitori, soprattutto nel primo periodo di convivenza.

• Può accadere che il bambino, soprattutto se non è piccolissimo, non voglia essere abbracciato o toccato, preoccupando i genitori che vorrebbero dimostrare al piccolo il loro affetto e la loro vicinanza. Questi comportamenti possono essere dettati da una comprensibile paura, ma anche da abitudini differenti, odori inusuali (il nostro corpo ha un odore che può essere disturbante per un bambino piccolo di un’altra etnia), o magari solo da un modo diverso di toccare e di stringere. Di solito sono comportamenti che si normalizzano col tempo, ma intanto è bene in questo primo periodo rispettare il suo eventuale bisogno di mantenere la distanza, limitando il contatto fisico a gesti brevi e non invasivi, mantenendo un atteggiamento rassicurante e affettuoso. Un viso sorridente, gesti calmi, un tono di voce caldo, lievi tocchi sulla spalla, gli permetteranno con il trascorrere dei giorni di rilassarsi e sentirsi a suo agio nel nuovo ambiente e con le nuove persone che gli sono toccate in sorte, che diventeranno poi genitori felici di un bambino sereno.

• Naturalmente sarà molto più gratificante un bambino che manifesti il suo bisogno di coccole e di sicurezza, che vuole essere tenuto in braccio costantemente, anche se questo comportamento, come spesso accade, potrebbe essere rivolto solo a uno dei due genitori. Il bambino dunque potrebbe manifestare il bisogno di vicinanza e di contatto fisico solo con uno dei due genitori, mettendo l’altro in difficoltà e lasciandolo frustrato e deluso. Occorre tanta pazienza, avvicinarsi con discrezione, mantenere un atteggiamento rassicurante e il sorriso, controllare la propria frustrazione. In questo modo la sua diffidenza, mano a mano, diminuirà, e la situazione si normalizzerà.

Gli stimoli con i quali il bambino viene in contatto possono essere molto differenti da quelli a cui è abituato. Filtrare e decodificare adeguatamente gli stimoli uditivi (suoni, voci, una lingua che non conosce), propriocettivi (un modo di essere accudito differente da quello a cui è abituato), sensoriali (odori, sapori, colori diversi, giochi nuovi) può essere difficile, il bambino può esserne infastidito e entrare in confusione. Tenete conto degli eventuali comportamenti di rifiuto o di irritazione senza preoccuparvi eccessivamente, cercate se possibile, durante questi primi periodi, di esporlo gradatamente agli stimoli nuovi. Vedrete che anche questo comportamento passerà col tempo.

Un codice di comportamento condiviso favorisce la convivenza pacifica e armoniosa di un gruppo, sia esso una famiglia, un gruppo di amici, una classe. Tutti noi, compreso i bambini adottati, abbiamo bisogno di conoscere regole, divieti e abitudini, che cambiano a seconda dell’età (ciò che è permesso a un bambino di due anni non lo è a un ragazzino di 13), del sesso, dell’ambiente nel quale ci si trova (in un parco giochi si rimane sconcertati da un bambino che trascorre il tempo seduto a leggere, mentre lo stesso comportamento viene richiesto, per esempio, a scuola). Talvolta è complicato per il bambino comprendere e introiettare tali modelli, e lo è ancora di più se il bambino proviene da un’altra cultura o da un ambiente totalmente differente. È bene dunque essere chiari e precisi il più possibile nella definizione di una regola, che va spiegata, possibilmente motivata in modo semplice e per lui (o lei) comprensibile, e soprattutto, mantenuta.

L’adozione è un percorso che si compie insieme: la famiglia (genitori ed eventuali altri figli già presenti) devono adottare il piccolo arrivato, ma anche lui deve adottare loro. Questo non è sempre facile, per entrambi. Tuttavia, mentre la coppia ha fatto un percorso di maturazione e conoscenza di sé, il piccolo si trova il più delle volte inserito in una realtà che non conosce, di cui ha forse visto qualche foto o qualche video, ma senza la consapevolezza di cosa questo possa significare davvero per lui nella sua vita. Tutto è nuovo, e lo è per sempre. Tenere presente questa realtà, cercare di “indossare i suoi panni”, comprendere le sue emozioni e le sue paure aiuta anche i genitori a non farsi scoraggiare da quelle prime fasi intense e turbolenti che sono i primi giorni con il figlio.

Ogni bambino ha il diritto, insindacabile, di essere accolto in una famiglia che sappia amarlo e accettarlo nelle sue peculiarità e nella sua diversità. Ha bisogno di una coppia sana, che sappia dialogare e avere il desiderio di realizzare insieme un progetto di vita costruito a “più mani”. Lavorare perché il rapporto coniugale sia solido, perché si mantengano il dialogo, la collaborazione reciproca, la solidarietà, sono aspetti che la coppia non dovrebbe dimenticare mai, per non dare mai nulla per scontato anche negli anni futuri, quando la quotidianità potrebbe diventare noia e abitudine. I figli hanno bisogno di due genitori che si amino e sappiano accompagnarsi a vicenda nella vita, che sappiano trasmettere loro i valori di una famiglia coesa e vitale.

Potreste avere la tendenza a comprargli tanti giochi, nel tentativo di colmare le privazioni nelle quali ha vissuto fino a quel momento. Può capitare anche che sia lui, preso dalla confusione, a chiedere di comprargli tutto ciò che vede. Ricordatevi tuttavia che il suo bisogno è soprattutto di giocare, non quello di possedere giocattoli. Spesso basta poco, ma è necessario il desiderio di tornare un po’ bambini e di divertirsi con lui.

• Dormire, mangiare, andare a spasso, possono diventare problematici i primi tempi: il bambino può avere abitudini diverse, sia alimentari che per quanto riguarda l’addormentamento. Avervi accanto, prima di addormentarsi, e qualche coccola possono rassicurarlo, senza che questo debba significare che lo state “viziando”. Potrebbe sembrare ingordo, mangiare tutto ciò che vede, ed è comprensibile che lo faccia, date le probabili carenze alimentari che, specie i bambini stranieri, hanno dovuto subire nella loro vita. Aiutatelo durante il primo periodo con voi evitando di riempire il frigorifero in maniera eccessiva per evitare che senta il bisogno di svuotarlo, servendogli porzioni piccole sul piatto (eventualmente chiederà il bis, se proprio continua ad aver fame) e rassicuratelo mano a mano che il tempo passa sul fatto che da ora in poi ci sarà sempre cibo e affetto a sufficienza.

• Infine, un consiglio adatto a qualunque genitore di qualunque bambino: aiutatelo, quando la comprensione del linguaggio sarà sufficiente, e per gli anni a venire, a comprendere ciò che gli accade e a prevedere i cambiamenti che avverranno nella loro giornata e nella loro vita. Informatelo in maniera dettagliata e precisa, descrivendogli ciò che accadrà e fornendogli particolari che lo aiuteranno a organizzarsi e ad avere un maggior controllo sulla sua vita.

Il sonno nei bambini

giorgiaVostro figlio è appena nato, è la vostra gioia, ma… non dorme mai! Oppure ha scambiato il giorno per la notte, e voi siete esausti? Come fare?
Uno dei problemi più frequenti che le mamme di un bambino di pochi mesi incontrano è causato dalla mancanza di sonno e dalla stanchezza: il figlio talvolta non dorme né di giorno né di notte, o trascorre la notte giocando e il giorno dormendo. Quest situazione talvolta può durare anche per diversi anni, e impedisce ai genitori di raggiungere un minimo di ore di sonno sufficienti per riposarsi e affrontare le fatiche della giornata in modo sereno. In questo articolo verrà spiegato il funzionamento del sonno di un bambino e illustrate le possibili soluzioni che i genitori possono utilizzare per aiutare il loro figlio a regolare il ritmo sonno veglia.

I ritmi che regolano il sonno di un bambino sono totalmente differenti da quelli di un adulto. I bambini piccoli hanno un sonno caratterizzato da tempi molto più brevi rispetto al nostro, e organizzati lungo il giorno e la notte. Non distinguono il giorno dalla notte, come tutti i genitori di un bambino piccolo sanno molto bene. Tutto ciò è assolutamente normale. Inoltre, far dormire un bambino che non ne ha voglia è un’impresa sfiancante e inefficace. Dare consigli riguardo al sonno di un bambino, dunque, appare piuttosto difficile. Se un bambino non vuole dormire, non ci saranno azioni adatte a convincerlo. E’ possibile tuttavia cercare di dare qualche suggerimento che potrebbe (dico potrebbe) migliorare la qualità e la durata del sonno del bimbo e la qualità della vita dei genitori.
Il sonno non è uguale durante tutta la notte. Esso attraversa varie fasi, che vanno da un momento iniziale di sonno leggero, durante il quale gli stimoli esterni possono facilmente svegliarci, a un sonno più profondo, per ritornare a un sonno leggero e a brevi momenti di risveglio che si intervallano durante la notte. Di solito questi risvegli non sono avvertiti, un adulto si riprende a dormire con una certa facilità, tanto che la mattina dopo sono completamente dimenticati. Per un bambino invece questi risvegli possono essere più impegnativi: egli vorrebbe riprendere a dormire ma non sa come fare. Spesso il bambino si addormenta in braccio ai genitori, e si risveglia nel suo lettino, senza avere il minimo ricordo di come ci è arrivato.

In questo articolo cercherò di dare delle indicazioni in proposito, nella speranza che i genitori esausti possano trovare quella che appare più adatta alla loro situazione e a quella del loro bambino.

LA DURATA DEL SONNO DI UN BAMBINO
Il bisogno di dormire di un bambino può essere diverso caso per caso, esattamente come per l’adulto. Normalmente, tuttavia, la durata delle ore di un bimbo passa dalle 16 ore di un neonato, alle 11 di un bambino di circa cinque anni. Un bambino molto piccolo tuttavia farà brevi sonnellini durante la giornata, e non riuscirà a dormire per più di cinque ore consecutive. Quando un bambino si addormenta alle nove e si sveglia alle due è perché ha dormito tutta la notte!

RISVEGLI NOTTURNI
Fate attenzione, durante la notte, ai rumori che fa vostro figlio. I neonati mentre dormono spesso fanno rumori che fanno pensare a un risveglio, ma non è detto che sia così. Se vi accorgete che il bambino sta dormendo, lasciate che riprenda il ritmo da solo, non accorrete subito per prenderlo in braccio o coccolarlo. Anche se si trattasse di un piccolo risveglio è importante che trovi da solo la maniera di auto consolarsi. Se invece piange con una certa energia (e vi accorgerete della differenza!) è meglio che andiate subito da lui e lo accudiate. E’ più facile che dopo si riaddormenti serenamente se non urlerà a squarciagola perché voi l’avete lasciato piangere.

E’ inevitabile che il bambino vi svegli molte volte durante la notte. Cercate di affrontare questi risvegli nel modo più sereno possibile e non prendetevela con lui se vi sveglia. L’irritazione è inutile e dannosa e innervosisce anche il piccolo.
Se riuscite, potreste tentare di andare da lui quando è sveglio ma ancora non ha iniziato a piangere, e rassicurarlo senza prenderlo in braccio, parlandogli a voce bassa e lentamente, dicendogli frasi rassicuranti. Ripetete spesso le frasi da dirgli e utilizzatele solo la notte, incomincerà ad associare ciò che gli dite con il momento notturno.
Una proposta sul passaggio dal prenderlo in braccio ogni volta che si sveglia e lasciarlo nel lettino più a lungo viene descritto nel libro di Elisabeth Pantley “Fai la nanna senza lacrime”.
Prendetelo perciò solo quando è sveglio. Non lasciatelo piangere nel lettino da solo! Fatelo con dolcezza, cullatelo, dategli da mangiare, e provate a rimetterlo nel lettino quando non è totalmente addormentato. Può essere che ci vogliano molti tentativi, ma alla fine saranno sempre meno e la cosa sarà sempre più facile.
Potreste allestire uno spazio tutto per voi da utilizzare durante la notte, in modo che anche per voi il risveglio sia un momento sereno: una sedia a dondolo se l’avete, una poltrona, cuscini comodi, un tavolino con fazzoletti, una lampada con una luce morbida, biberon e tutto ciò che può esservi utile.

LA FAME
Un neonato si sveglia il più delle volte perché ha fame. Dopo circa quattro o cinque ore, per un bimbo di pochi mesi tutto ciò è assolutamente normale. La cosa migliore da fare, in questo caso, è proprio quella di dargli da mangiare. Può essere che la notte mangi semiaddormentato, e se viene allattato al seno si riaddormenti dopo aver ciucciato pochi minuti, senza aver mangiato a sufficienza. E’ naturale dunque che si svegli dopo poche ore. Se riuscite, fategli fare una poppata completa, dormirà probabilmente più a lungo.

I CONSIGLI DEGLI AMICI “ESPERTI”
Tutti cercheranno di darvi consigli a proposito del sonno, del cibo, dell’abbigliamento, dei giochi, ecc. Il mio suggerimento invece è: informatevi! Leggete dei libri, parlate con persone competenti (medici, psicologi). La mamma che ha avuto più figli non sempre è quella più adatta a risolvere i vostri problemi.
Di fronte a queste situazioni ritengo che la cosa migliore sia quella di ascoltare tutti, ringraziare con gentilezza, e poi fare di testa propria. Solo voi trascorrete la notte con il vostro piccolo.

QUALCHE TRUCCO PER UN BAMBINO PICCOLO
Se il vostro è un bambino che si addormenta in braccio, continuate pure a farlo. Poi però, quando si è addormentato, mettetelo nel suo lettino. Spesso questi bambini sono molto sensibili, si svegliano appena cambia la temperatura o a causa del riflesso di Moro (il bambino allarga le braccia e si sveglia di soprassalto quando viene appoggiato al letto). Se succede così, provate ad avvolgerlo con un lenzuolino mentre è fra le vostre braccia, può essere che questo stratagemma lo aiuti a non svegliarsi Quando lo rimettete a letto, mantenete il contatto con le vostre braccia ancora per un po’, e cullatelo.

LE BRUTTE ABITUDINI
Talvolta capita che i genitori, per cercare di favorire il sonno, permettano al figlio di dormire lungo tempo in braccio, o di addormentarsi mentre succhiano seno o biberon. Queste sono abitudini dure da togliere. E’ naturale che il bimbo poi faccia fatica ad adattarsi a modalità differenti!

Cercate di metterlo a letto quando non è ancora profondamente addormentato, ma nel momento in cui è nella fase iniziale del sonno. Se non si addormenta e protesta, provate a parlargli, a rassicurarlo, e se proprio è necessario, riprendetelo in braccio e riprovate. Non ha senso lasciarlo piangere nel lettino da solo.

DISTINGUERE IL GIORNO DALLA NOTTE
Può essere utile fare in modo di aiutarlo a distinguere il sonno diurno da quello notturno, per favorire il passaggio ad un sonno più lungo durante la notte.
Potreste per esempio far precedere il sonno notturno da qualche rituale che si ripeta tutti i giorni: un bagnetto o un pigiamino, una canzoncina particolare, delle parole utilizzate solo la sera.
Se ne avete la possibilità potrebbe essere utile durante il giorno farlo dormire in due lettini differenti, o farlo stare in una stanza illuminata dove può sentire i rumori della casa.
La notte, se si sveglia per bere con il biberon, cercate di tenere tutto pronto, in modo che il bambino non si debba svegliare del tutto e possa riaddormentarsi appena ha finito la poppata. Parlategli a voce bassa, con frasi brevi, fate movimenti lenti, tenete luci soffuse. In questo modo inizierà a differenziare il sonno notturno da quello diurno.

I SONNELLINI DIURNI
Se il bambino tende a dormire troppo durante il giorno potrebbe essere utile fare in modo che i sonnellini diurni siano più brevi, provando a svegliarlo nel momento in cui passa alla fase leggera del sonno. Se dorme profondamente sarà molto difficile svegliarlo e in ogni caso sarebbe per il piccolo un momento molto sgradevole, ma quando il sonno è più leggero potreste riuscirci. Fatelo comunque con dolcezza e coccole. Qualche massaggino, un cambio di pannolino, un po’ di carezze della mamma potrebbero aiutarlo a svegliarsi in modo sereno.

©2013 Maria Angela Corrias.All rights reserved

L’adolescenza

L’adolescenza costituisce per ciascuno un importante momento evolutivo. Il ragazzo non è più il bambino che è stato fino a poco tempo prima, e non è ancora l’adulto che diventerà. Incomincia a riflettere su sè stesso e a formarsi una rappresentazione mentale di sè, a chiedersi chi è, cosa vuole e cosa pensa del mondo, dei suoi genitori, degli amici, dei suoi valori.
Tutto è in trasformazione: il suo corpo cambia, al maschio crescono i peli sul pube, sulle ascelle, cresce di altezza, inizia ad avere la barba, la voce diventa più grave, alle ragazze cresce il seno, il bacino si allarga, inizia il ciclo mestruale.
Il cambiamento nel suo corpo viene vissuto come repentino e sconcertante, e trascina con sè riflessioni che coinvolgono il modo in cui egli percepisce sè stesso e la sua relazione con il mondo. Non trova più conferma e sicurezza nei genitori, e non si riferisce più a loro per capire cosa pensare di sè stesso.
Egli inizia a riflettere su di sè per costruirsi un’immagine di sè coerente, e nello stesso tempo è in grado di avere un maggior accesso ai sentimenti, che vengono esaminati e capiti. Si trova a voler iniziare a organizzare la sua vita e le sue relazioni sociali in modo autonomo: questo processo comporta la costruzione di un’identità di genere (maschio, femmina), la creazione di nuovi legami con il mondo esterno (amici, adulti di riferimento, educatori), la presa di coscienza del proprio corpo che cambia, la risoluzione di nuovi problemi. Questo processo tuttavia è complicato da emozioni altalenanti e vissuti contrastanti, che spesso neanche il ragazzo sa riconosce e gestire.
Si allontana dai modelli di riferimento familiari e sperimenta identificazioni con modelli esterni che sconcertano i genitori e gli educatori. E’ il caso per esempio dei ragazzi che cambiano look, gusti musicali e atteggiamenti rapidamente.
Modella la sua identità, definisce i suoi valori e si chiede cosa vuole dalla vita, dalle persone che lo circondano e da se stesso. Riflette in modo nuovo su di sè, sulla sua nascita e sulla sua infanzia, sulla relazione che ha avuto con i suoi genitori, cercando di dare agli avvenimenti che hanno caratterizzato la sua vita un significato nuovo e personale.
Le amicizie iniziano a diventare apparentemente persino più importanti degli stessi genitori, che fino a quel momento sono stati gli unici punti di riferimento della sua vita. Nei compagni si ammirano le caratteristiche che si vorrebbe avere, e frequentando “l’amico/a del cuore” è come se le stesse qualità ammirate in lui/lei si integrassero nella personalità del ragazzo (l’amico è esuberante e lui è un timido, attraverso l’amico il ragazzo vive l’esuberanza che da solo non potrebbe sperimentare).
Anche i genitori vivono in modo contradditorio questa fase della vita dei loro figli: da un lato desiderano che i figli diventino autonomi, da un altro “sono reticenti a perdere il controllo su di loro e sulla loro educazione”.

La relazione con l’adolescente.

I genitori, attraverso il loro comportamento, possono fare molto per aiutare il ragazzo adolescente ad affrontare questo periodo in modo che diventi un opportunità di crescita e sviluppo.
Essi possono, per esempio:
• Fare in modo di intensificare la relazione col genitore dello stesso sesso dell’adolescente. Trovare dei momenti destinati esclusivamente a loro due può essere utile ed estremamente gratificante per entrambi. Il ragazzo per esempio deve essere in qualche modo “affidato” al padre, e la madre deve imparare a lasciare che questo rapporto prenda forma con regole e caratteristiche proprie, senza interferire.
• Elaborare un nuovo modo di dare le regole. L’adolescente non obbedisce più alle regole semplicemente perché vengono proposte dal genitore, ha bisogno di capirle e vederle applicate anche dai genitori, che ci credono e sono pronti a portarle avanti nella loro vita. Solo così il figlio avrà la possibilità di interiorizzarle e farla proprie. Il classico “buon esempio”che spesso è così difficile da dare, funziona più di una regola data autoritariamente.
• Insegnare al figlio il valore della relazione. Permettere che il figlio si chiuda in sé stesso e lasciare che faccia di testa propria non rende il figlio più felice. E’ solo nella relazione, nel dare e ricevere, nel prendersi la responsabilità del rapporto con l’altro, che ci si rende conto di essere importante per qualcuno e perciò veramente amati. Questa certezza permette al ragazzo adolescente di uscire dal senso di solitudine che spesso prova. Il ragazzo eccessivamente autonomo non è per questo più felice degli altri, è soltanto più solo.

Conclusione

Può essere utile per il genitore, ricordarsi che dietro il figlio che sfoggia comportamenti contestatori e oppositivi, si nasconde un ragazzo che maschera il suo dolore per non sentirsene oppresso. Spesso egli percepisce la sofferenza che vede intorno a sè, il disagio di vivere di chi lo circonda e per non sentirsene sconfitto si rifugia nel suo diritto a fare il bullo, a bere, a contestare. E’ compito dell’adulto trasmettere speranza e fiducia all’adolescente arrabbiato. Attraverso il comportamento del genitore, che mostra con la sua vita che il dolore non lo sommerge, il ragazzo potrà permettersi di provare empatia e desiderio di entrare in relazione genuina con l’altro.
Aiutare il figlio a crescere vuol dire anche insegnargli che il dolore esiste e fa parte integrante dell’esistenza umana, che va accettato ed espresso, ma ciò non impedisce la gioia, la realizzazione di sè, la sana e autentica relazione con l’altro. La capacità di mantenersi in piedi di fronte alle sofferenze e alle prove della vita è forse il dono più grande che un genitore possa fare ad un figlio: godere delle piccole e grandi opportunità che essa offre, con creatività e apertura, pur attraverso le prove e i momenti di difficoltà e di sofferenza.

La seconda adozione

I genitori che hanno già adottato un bambino spesso desiderano procedere con una seconda adozione. Durante il percorso vengono riattivati emozioni e vissuti già affrontati dalla coppia durante la prima, che vanno ulteriormente analizzati. In questo caso, inoltre, nella famiglia è già presente un figlio che ha storia e bisogni specifici. La necessità di ristabilire nuovi equilibri, faticosamente raggiunti con il primo bambino, porta alla necessità di rielaborazioni specifiche e differenti rispetto a quelle già vissute precedentemente.

Le motivazioni che spingono i coniugi a questa scelta possono essere varie:

Vogliono realizzare il loro progetto di vita, che comprende la presenza di più figli nella loro famiglia.
Hanno avuto un’esperienza positiva con il primo bambino e vogliono ripeterla.
Desiderano dare un fratellino al primo figlio.

Tali motivazioni andranno valutate a fondo: nell’apparente desiderio del bambino di avere un fratello, per esempio, spesso sono nascosti desideri irrealistici e paure inconfessate, che se non tenute presenti potranno rendere problematica l’accettazione da parte sua nei confronti del fratello.

Le problematiche che i coniugi si troveranno ad affrontare sono perciò legate, in particolare, ai vissuti che il primo figlio potrà sperimentare all’arrivo del fratellino e alla sua capacità di sostenere i cambiamenti che avverranno nella sua vita.
I genitori dovranno essere aiutati, dagli operatori, a prevedere le difficoltà che il bambino dovrà superare, anche nel caso in cui ci sia da parte sua il desiderio manifesto di avere un fratello.
Anche il piccolo, infatti, dovrà affrontare le fatiche legate all’accoglienza di un bambino, con il quale sarà chiamato a creare una relazione fraterna, e alla creazione di un senso di appartenenza senza potersi riconoscere come simile e senza avere con lui alcun legame biologico.

La seconda adozione presenta per il figlio già presente in famiglia, una serie di complessità:

L’attesa non ha dei tempi prevedibili (tra l’altro il bambino, fino a una certa età, ha un concetto del tempo imperfetto e comunque diverso dal nostro), e certamente durerà molto più dei nove mesi previsti per una gravidanza biologica.
La possibilità di riconoscere il bambino che verrà come suo fratello, non sarà legata alla somiglianza fisica. Egli dovrà fare lo sforzo di superare il pensiero “concreto”, spesso in una fase durante la quale la dimensione simbolica ancora non è stata raggiunta.
Perderà la relazione esclusiva con i suoi genitori e dovrà dividere lo spazio, il tempo e gli oggetti con un altro bambino che sarà presente in famiglia sempre, e per sempre.
Verranno riattivati in lui i vissuti abbandonici, certamente non ancora superati, e dovrà andare insieme ai genitori nel paese di origine del fratello, spesso lo stesso paese nel quale è nato ed è avvenuta la perdita dei genitori biologici.
Avrà aspettative nei confronti del fratellino (possibilità di giocare insieme a lui, per es) probabilmente poco realizzabili. E’ facile infatti che il bambino abbia un’età diversa da quella che lui immagina, altri bisogni, magari un sesso diverso da quello che lui si aspetta.
Avrà probabilmente una serie di timori che farà fatica a esprimere, legati al motivo per cui i genitori possono aver desiderato un altro bambino. Potrebbe pensare di averli delusi o di non averli soddisfatti fino in fondo. Ricordiamoci che un bambino adottato si porta dietro un’insicurezza di fondo, legata alla sua storia, che potrà superare nel tempo me che può essere riattivata in alcuni momenti cruciali della sua vita.

Durante la fase dell’attesa i genitori, in collaborazione con gli operatori che seguono la famiglia, hanno il compito di:

Rassicurare i figli sulla possibilità di esprimere liberamente i loro timori e le fantasie che li preoccupano.
Contenere le ansie dei figli e le loro paure.
Aiutarli a ristrutturare gli scenari che si prefigurano conducendoli a una dimensione più realistica e nello stesso tempo rassicurante.
Aiutare i figli a comprendere nel concreto come cambierà la vita della famiglia all’arrivo del fratellino.
Capire le sue aspettative e le fantasie, che se non ridimensionate, potrebbero essere fonti di ulteriori delusioni (il bambino per esempio potrebbe avere l’immagine di un bambino con il quale fare gli stessi giochi che fa con un amico, o di un bambino al quale far fare tutto ciò che lui desidera).

L’arrivo di un altro figlio può certamente essere una ricchezza, ma può presentarsi come una fatica per il bambino già presente. Se genitori e operatori sapranno collaborare per favorire il maggior benessere possibile di entrambi, la seconda adozione potrà costituirsi come una risorsa e un’opportunità per rinsaldare i legami e donare vitalità e gioia a tutta la famiglia.

Il percorso psicologico nell’adozione

L’adozione si configura come un evento complesso, che consente a una coppia di diventare genitori di un figlio generato da un’altra donna, e con il quale il rapporto si creerà non sulla base di un’eredità biologica ma attraverso un investimento affettivo.

Si dice che l’adozione sia l’incontro di due mancanze: quella di un bambino senza genitori, e di una coppia che non può avere figli. Il desiderio di adottare, infatti, nasce da una limitazione biologica, la sterilità, che spinge la coppia a ricercare modi alternativi per soddisfare il proprio bisogno di avere bambini.

L’istituto dell’adozione, tuttavia, risponde fondamentalmente al bisogno del minore di vivere in una famiglia che lo accolga e lo ami e non a quello dei genitori di avere un figlio.

E’,infatti, diritto del bambino vivere con una mamma e un papà che sappiano curarlo, proteggerlo, dargli sicurezza e affetto. Un bambino adottato, inoltre, avrà bisogno di avere accanto due genitori che sappiano proporsi come figure in grado di aiutarlo a elaborare e riparare le ferite delle quali è portatore.

I coniugi che si avvicinano all’adozione dovranno perciò essere disposti a fare un percorso che li porterà ad approfondire le loro motivazioni, i loro desideri, e le zone d’ombra della loro vita.

Solo attraverso questa strada, infatti, saranno pronti ad accogliere e dare risposta ai bisogni di un bambino portatore di una storia dolorosa e spesso traumatica. Se non saranno stati in grado di risolvere le problematiche legate alla loro vita e alla loro storia, e a dare un senso al loro dolore, difficilmente saranno in grado di aiutare un figlio a risolvere le proprie e a sostenere la sua sofferenza.

La sterilità

La sterilità rappresenta sempre un evento traumaticoche mette in crisi e limita i propri progetti di vita. La scoperta di non poter avere figli destabilizza e costringe a dare un senso a ciò che è accaduto, a rivisitare la propria vita alla luce di una realtà imprevista e indesiderata. Essa si configura come una ferita narcisistica, che costringe a una ridefinizione di sè e della propria relazione con gli altri. Costringe a rinunciare al figlio senza volto e senza nome che ciascuno ha inconsciamente conservato dentro di sè. Per questo motivo la scoperta della sterilità si configura come un vero e proprio lutto, e come tale va affrontato.

L’elaborazione del lutto della sterilità è una fase indispensabile e imprescindibile nel percorso adottivo. Essa non viene affrontata ed elaborata una volta per tutte, ma si risolve poco per volta, in un percorso che può durare anni e proseguire anche dopo l’arrivo del figlio nella propria famiglia.

Saper gestire le emozioni e i sentimenti connessi a questo lutto, tuttavia, diventa un requisito indispensabile per poter dare risposta ai bisogni affettivi ed emotivi di un bambino che viene in casa con un bagaglio, spesso pesante, di traumi, dolori e privazioni.

Prima di essere genitori, si è persone.

Essere genitori è una delle condizioni che coinvolgono maggiormente l’essere umano. Vengono coinvolte componenti emotive, cognitive, psicologiche, affettive, comportamentali.

Essere genitore adottivo, in particolare, presuppone la disponibilità a mettersi in gioco profondamente, per essere in grado di costruire una relazione d’amore con un figlio nato da altri, aumentando la capacità di accogliere questo bambino con le sue caratteristiche di imprevedibilità e alterità, nelle quali spesso non riusciamo a riconoscerci e a identificarci.

La coppia

Come abbiamo visto, l’adozione si basa sul diritto fondamentale di un bambino ad avere una famiglia. La qualità della relazione di coppia costituisce un fattore fondamentale per una prognosi positiva nella relazione adottiva. Una coppia solida, abituata al dialogo e al confronto, capace di sostenersi, saprà fornire sufficiente stabilità ad un bambino che ha bisogno di costanza, sicurezza e molto amore.

Lavorare sulla relazione di coppia per renderla sempre più autentica e profonda, sarà tempo ben utilizzato, durante tutta la fase dell’attesa e dopo l’arrivo del figlio.

Le aspettative

Può capitare che esistano, da parte dei futuri genitori adottivi, aspettative eccessive riguardo il figlio. La coppia immagina un bambino consapevole del suo bisogno di ricevere cure e affetto, o relativamente facile da gestire. Anche quando mette in conto la comparsa di problematiche nella relazione con il figlio adottivo, ritiene di riuscire a superare le difficoltà in modi relativamente semplici.

Il bambino adottato invece arriva in famiglia con un vissuto di perdita che ha creato delle ferite emotive e mentali importanti.

E’ necessario che i genitori sappiano integrare le componenti emotive legate alla delusione e alla mancata soddisfazione delle fantasie e dei desideri, che sono legate, per lo più:

  1. alla fantasia che il genitore fa su di sé come educatore capace di risolvere magicamente le difficoltà della relazione educativa con il proprio figlio;

  2. all’immaginario che ciascun genitore si è formato rispetto alla personalità del bambino.

Il rischio è quello di sviluppare meccanismi di difesa legati all’evitamento del dolore e della delusione. Se i genitori riescono a integrare queste componenti nella loro vita possono aiutare il figlio a fare altrettanto. Anche lui infatti arriva in famiglia con una serie di fantasie conseguenti ai vissuti precedenti all’adozione e ad aspettative che potrebbero causargli frustrazione e ulteriore sofferenza.

Gli operatori rivestono, nella realtà dell’adozione, una importante risorsa per le famiglie e per i bambini. E’ importante che essi possano infatti incentivare lo sviluppo da parte dei genitori e del figlio adottivo di quei fattori di protezione che possono favorire una buona riuscita del percorso adottivo e l’integrazione del bambino nella nuova famiglia.

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